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Timea Bacsinszky: una storia sul campo a lieto fine

Timea Bacsinszky: una storia sul campo a lieto fine

Martedì 16 maggio 2017. La scorgo sul campo numero 2 del Foro Italico, lontano dai riflettori, e decido di fermarmi dieci minuti a vederla giocare: è una tennista atipica, di quelle che ancora preferisce giocare di fino anziché di potenza, ma è soprattutto una persona, prima che un’atleta, fuori dal comune e con una vita tutta da raccontare. Mi torna subito in mente la sua storia tanto travagliata e quell’aria così tenace che esprime in campo mi strappa subito un sorriso: è Timea Bacsinszky, numero 34 del ranking WTA.

Campo numero 2, foto di Andrea Giua

Timea nasce a Losanna l’8 giugno 1989 da Suzanne, dentista, e Igor, allenatore di tennis, entrambi di origini ungheresi. A 3 anni inizia a giocare a tennis: è la tradizione di famiglia e anche lei non si può esimere da seguire i sentieri già battuti. Timea da subito si dimostra una bambina prodigio: vince per ben due volte “Les Petits As”, un rinomatissimo torneo under 14 che vanta nell’albo d’oro talenti del calibro di Nadal, Murray, Henin e Davenport; a essere precisi, lo vince per ben due volte, all’età di 12 e di 13 anni, l’unica a riuscire in questa impresa insieme a Sua Maestà Martina Hingis. Come rivelerà più tardi, però, questa sua passione è abbastanza insana: suo padre la riempie di pressioni, ai limiti dell’ossessione. “Ero sola nella nostra casa di campagna e desideravo tanto un cagnolino per avere un po’ di compagnia. Mio padre mi disse che avrei potuto averlo solo se avessi vinto il Petit As con un anno di anticipo sull’età delle mie coetanee. L’ho vinto e ho avuto il cane; insomma il tennis era la base per ottenere qualcosa, una ricompensa.”

A 15 anni i suoi genitori divorziano: una scelta che Timea appoggia fortemente, perché si accorge che anche sua madre è succube dell’atteggiamento tirannico del marito. Nel mentre continua a giocare e raggiunge la semifinale allo US Open e al Roland Garros categoria Juniores; allo US Open 2008, già sbarcata tra le più grandi, va a un passo dall’eliminare Dinara Safina, ai tempi numero 7 della classifica mondiale. Sembra lanciata verso le vette del tennis mondiale: prima dei 20 anni è già n. 36 al mondo e nell’ottobre 2009 vince il suo primo titolo WTA a Lussemburgo.

Nel 2011 arriva, in circostanze rocambolesche e lontano dai campi da tennis, il primo grave stop per motivi fisici: un infortunio al piede che la tiene fuori per diversi mesi e che le dà modo di pensare. Timea si accorge, allora, che è arrivato il momento di cambiare vita, di guardarsi allo specchio e iniziare a guidare i propri passi in modo autonomo. “Per me giocare a tennis significava evitare i litigi fra i miei genitori. La mia infanzia è stata un periodo terribile della mia vita.” “Tanti ragazzi non amavano la scuola, io sì. Lì non mi poteva accadere di dover discutere perché avevo sbagliato un dritto. Non è un caso che io oggi parli cinque lingue: francese, inglese, tedesco, italiano e ungherese”.

Timea decide, in modo del tutto inaspettato, di andare a fare la cameriera in un hotel di lusso: basta riflettori, basta pressioni mediatiche. “Là ho lavorato nelle cucine e al bar. Ed ho imparato tantissimo. Quello che era super era che non avevo nessun trattamento di favore perché i miei colleghi non mi conoscevano per niente, anche se hanno saputo subito che ero una ex tennista.” Un’esperienza che la aiuta a ritrovarsi, ma anche a cambiare forma mentis: “Ho imparato ad essere umile. Ho fatto la cameriera, c’era gente ricca che non sorrideva, non ringraziava. Basta un sorriso o un ‘grazie’ a una persona per essere contenta. I volontari dei tornei, ad esempio, per noi sono importantissimi e spesso nemmeno vengono considerati.

Ma, allora, che ci faceva Timea sui campi del Foro Italico qualche giorno fa? A riportare Timea nel mondo del tennis è la dea bendata, stavolta benevola per la ragazza svizzera. “Qualche giorno prima dell’inizio del Roland Garros 2013 ho ricevuto una mail dall’organizzazione che mi annunciava che potevo partecipare alle qualificazioni. Infatti aveva talmente piovuto a Bruxelles che le giocatrici impegnate in quel torneo non avrebbero fatto in tempo per arrivare a giocarle al Roland Garros. Questo mi ha permesso di entrare nel tabellone. Mi ero infatti iscritta all’inizio dell’anno, nemmeno me lo ricordavo più, ma nella mia testa non pensavo più al tennis, ci avevo fatto una croce sopra. Ero pronta a cominciare la scuola alberghiera. Avevo dormito da mia madre quel giorno a Losanna quando lessi quella mail al mattino. Sono scesa a fare colazione, saltellando e annunciandole che sarei andata a Parigi. Mia madre mi disse che sarei stata ridicola, che ormai avevo scelto un’altra strada. Ma me ne sono infischiata. Non avevo che un desiderio, andare a Parigi e giocare al Roland Garros. Ho dunque chiamato il mio direttore per dirgli che non avrei potuto aprire il bar al mattino perché dovevo giocare al Roland Garros l’indomani. Ho preso la mia Mini per andare da Losanna a Parigi. Sapevo, mentre andavo, che avrei ripreso a giocare a tennis. Ho realizzato che avevo il diritto di scegliere la mia vita. Quel giorno là è stato come se io fossi improvvisamente passata dallo stato di ragazzina a quello di adulta.”

Timea perde dalla canadese Sharon Fichman, ma vince la sfida con se stessa. Torna a lavorare in albergo e contestualmente decide di riprendere in mano la racchetta e ripartire da zero. Il 2014 è un anno di lenta transizione: bisogna ritrovare il feeling con i campi e con la pallina e, soprattutto, iniziare la scalata del ranking WTA. Nel 2015 arrivano, finalmente, le soddisfazioni tanto attese: 2 titoli WTA (in due settimane consecutive) e vittorie contro le più quotate tenniste del mondo. Nel 2016 arriva un altro titolo a Rabat e la medaglia d’argento in doppio alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Il 16 maggio 2016 (proprio un anno fa) arriva alla posizione n.9 della classifica mondiale, suo miglior piazzamento.

Averla vista dal vivo, anche solo per dieci minuti, è stato davvero entusiasmante: perché la nuova Timea si diverte e diverte il pubblico, sorride e combatte su ogni palla. Un esempio dentro e fuori dal campo. Una storia a lieto fine che, come dice lei stessa, servirà adaprire forse gli occhi a qualche genitore”.

Foro italico, foto di Andrea Giua

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Andrea Giua

Andrea Giua

Sardo in perenne Erasmus a Bologna, sono iscritto al primo anno della magistrale in Politica e Amministrazione. Quando non studio, lavoro, scrivo, canto in un coro, gioco a basket, faccio il rappresentante degli studenti e l'animatore: una mia giornata può durare anche 32 ore! E se ci sono interessanti appuntamenti di politica o sport, anche 36!
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