Friday, 23/8/2019 UTC+2
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I reietti di Steinbeck

I reietti di Steinbeck

La valle del Salinas è nella California settentrionale. È un canalone lungo e stretto tra due file di monti, e il fiume Salinas si snoda e si contorce lungo tutta la valle fino a sfociare nella baia di Monterrey. Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d’estate gli uccelli – e l’odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminavano; ricordo anche il loro odore.” 

Tutti gli scrittori subiscono, nel bene o nel male, una forte influenza del loro paese di origine, per quanto lontano la vita possa portarli dal luogo in cui sono nati. Nel caso di Steinbeck si dovrebbe parlare piuttosto di una suggestione, di un amore incondizionato che ha trasfuso nei suoi romanzi. Steinbeck passa l’infanzia a vagare su quelle colline, ne conosce ogni fusto, ogni ruscello. A distanza di anni può rievocarne gli odori, i colori. Soprattutto la valle diventa il luogo prescelto per raccontare i sogni, le lotte e le sconfitte di quelli che sono gli eroi del quotidiano: migranti, braccianti, sradicati dalle loro case e condannati a un esodo di massa verso luoghi sconosciuti, vittime della manodopera a buon mercato, sfruttati dai proprietari terrieri e malvisti dagli abitanti. Ciascuno trascina la propria miseria comeun marchio d’infamia. Uno scenario non certo difficile da immaginare. A subire queste ingiustizie sono i “Joad” in “The grapes of wrath”, odissea moderna di un viaggio interminabile lungo la Route 66 verso la Terra Promessa, ovvero un campo di arance nel cuore della California, in cui è possibile trovare lavoro solo grazie al ribasso dei salari. Come molte altre famiglie del Sud, i Joad sono sfrattati dalle loro terre a causa delle Dust Bowl , tempeste di sabbia che inaridiscono le aree agricole e rendono improduttive le fattorie. Le banche iniziano così a espropriare terreni, a sostituire ai contadini trattori e attrezzi meccanici, lasciando le famiglie del posto senza speranze per il futuro. È in quel momento che il terrore di sciogliere per sempre il legame con la terra viene soppiantato da una paura più grande. Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre.” Fu lo stesso Steinbeck a intraprendere il cammino che dall’Oklahoma portava contadini e braccianti ad abbandonare le loro terre e a emigrare verso la più fertile California. “I cosiddetti Okies , i nuovi poveri degli Stati Uniti degli anni Trenta, non sono migranti per natura. Sono nomadi per cause di forza maggiore (…) Basta andare negli accampamenti abusivi, dove le famiglie vivono sulla nuda terra e non hanno casa né letti né equipaggiamenti per capire che questa nuova razza è venuta per restare e che occorre prestarle attenzione. Bisogna capire che con questa nuova razza i vecchi metodi della repressione, delle paghe da fame, della prigione, delle botte e delle intimidazioni non funzioneranno.” E c’è di più. Appesantiti dai bagagli che si sono trascinati per quasi mezzo paese, addolorati dalle morti cui hanno assistito durante il tragitto, privati della dignità, delle coperte, dei vestiti che hanno dovuto barattare in cambio della benzina, nei loro animi comincia a crescere il furore. Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.”

Spostandoci in Of mice and men”, protagonisti di questo breve romanzo sono Lennie e George, due hobos, lavoratori stagionali che vagano per il paese alla ricerca di un salario. I due sono fisicamente e mentalmente antitetici: George è minuto, sveglio, mentre Lennie viene descritto come un gigante buono con la mente di un bambino, incapace di controllare la sua forza fisica. Se normalmente gli hobos si spostano in solitario e pensano unicamente a se stessi, Lennie e George si affidano l’uno all’altro e coltivano insieme il sogno di comprare qualche acro di terra, un posto piccolo e modesto, magari con polli, maiali e conigli. Qui a prevalere è il senso di fratellanza, la speranza di trovare un posto nel mondo, nonostante la diffidenza degli altri lavoratori del ranch, che non capiscono come George possa perdere tempo a badare a un ritardato mentale. Quello che George ha realizzato dopo una vita trascorsa a vagare da un paese all’altro è l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, perché è proprio quando si è soli che ci si ammala. In due è più facile costruire un progetto futuro. “Gente come noi, dice George, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani. Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi”. “Noi invece è diverso! Lo interrompe Lennie. “E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché”.

Arriviamo infine a quello che è forse il più viscerale dei romanzi di Steinbeck, quello che più di tutti racchiude frammenti della storia della sua famiglia, “The East of Eden“. Le vicende della famiglia Hamilton, emigranti irlandesi con solidi principi alle spalle, ma carichi di inventiva, e i Trask, composti da Adam, i due figli Cal e Aron, e Lee, a metà tra cuoco, domestico, scrittore, ministro di culto e amico fidato, si susseguono dalla fine della Guerra civile alla Prima Guerra Mondiale. Adam, dopo aver lasciato malvolentieri la carriera militare, (non certo per reale devozione, quanto per mancanza di prospettive) fa il suo ritorno nella casa paterna. Qui si imbatte casualmente in Cathy, figura esteticamente angelica, ma diabolica nell’animo. Le azioni di Cathy, per quanto malvagie possano sembrare, non sono tuttavia spinte dall’odio verso il prossimo. Anche l’odio necessita di una motivazione per la sua esistenza, non vive di vita propria, né muore di morte naturale. Cathy semplicemente manipola le persone e poi se ne libera, come ostacoli da superare e di cui poi non deve più occuparsi. Cathy non si vergogna di nascondere i suoi istinti, non si sforza, almeno da una certa età in poi, di essere diversa da quello che è. “Una simile creatura potrebbe essere il nostro mostro, e noi non siamo forse i suoi parenti, nelle nostre acque segrete? Sarebbe assurdo se non comprendessimo gli angeli come i demoni, visto che li abbiamo inventati noi”, ci ricorda Steinbeck. Adam ne rimane folgorato e l’abbandono tanto improvviso quanto inevitabile di quella che credeva essere la sua anima gemella scaverà in lui ferite incurabili, condannandolo alla solitudine e all’autocommiserazione. Questo romanzo lascia da parte i temi della migrazione e delle ingiustizie sociali per concentrarsi sui sentimenti umani, sull’ineffabilità dell’amore e sul dolore che la sua privazione comporta. Cal, il maggiore dei fratelli Trask, fin da piccolo viene messo di fronte a una verità difficile da accettare: quella di non essere il figlio preferito. Se Aron è gentile, amorevole, sempre sorridente e ben educato, Cal è schivo, diffidente, poco comunicativo e soprattutto imperscrutabile. Cal indossa la riservatezza come scudo contro i coinvolgimenti umani e finisce che quelli che sono semplici timori di un adolescente solitario siano scambiati per sintomi di cattiveria, fino a portare all’emarginazione. Nessuno si sforza di capire quanto profondamente abbiano messo radici in lui il rifiuto e l’abbandono. Perché, come ci ricorda Lee, il peggior timore per un bambino è non essere amato o, come in questo caso, non essere amato abbastanza. La negazione di questo amore porta la collera e la collera induce a commettere un crimine che vendichi quel rifiuto, e il crimine porta la colpa. Se si potesse tagliare via quel rifiuto, gli esseri umani si libererebbero di quel primordiale senso di colpa che, da Abele a oggi, condiziona l’esistenza. Forse, continua Lee, ci sarebbero meno omicidi, non esisterebbero più le carceri, potremmo rinunciare a questa pretesa di sicurezza che genera mostri più che combatterli. Con i personaggi di Cal e Cathy scopriamo che Steinbeck predilige gli emarginati, siano pure essi malvagi o intrappolati nell’incomprensione che generano attorno a sé, piuttosto che le eroiche e angeliche figure che troviamo nei romanzi. Abra, compagna di scuola dei gemelli, si innamora di Cal perché in lui vede tutto ciò che cerca fermamente di nascondere a se stessa: la paura, l’isolamento, la vergogna, l’eterna lotta tra pudore e ardore, la repulsione per la banalità, l’oscillazione tra desiderio di primeggiare e paura di vincere. Se in un primo momento Abra si era scontrata con questa consapevolezza e ne era fuggita, adesso è pronta a misurarcisi, perché ha capito che un cuore dubitante, insicuro e spaventato è pur sempre preferibile a uno rivestito di una patina dorata, ma arido nella sostanza.

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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