Friday, 23/8/2019 UTC+2
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Storia di un libro abortito sulla bellezza

Storia di un libro abortito sulla bellezza

[foto di Anna Sanesi]

Quando ero giovane, durante gli anni dell’università, mi ero ripromesso che avrei scritto un libro intitolato Verità e Bellezza. Non l’ho mai fatto. È impossibile. Ogni volta che se ne parla la si tradisce”.                     Così Umberto Galimberti apre la sua lectio magistralis , dedicata proprio al tema della bellezza. L’incontro si svolge in una sala conferenze del museo Pecci di Prato, alle cinque in punto come da programma, senza farsi attendere. Una delle maggiori problematiche quando si viene a contatto con la bellezza è la sua descrizione. Persino i più illustri filosofi ne parlano in termini elementari, quasi apatici: Tommaso D’Aquino dice che è bello ciò che piace (“cosa c’è di più inflazionato di questo”?), Thomas Mann ci spiega che la bellezza è ciò che colpisce e trafigge, Kant aggiunge che è inutile. È soprattutto su quest’ultimo connotato che si incentra il discorso. È inutile perché non rimanda a niente, ad essa non segue un passaggio successivo, non ha uno scopo né un obiettivo da perseguire, eppure in questo si condensa il suo significato. Questa sua conformazione ne ostacola la diffusione nel mondo. Difficile oggi credere che anche le cose inutili abbiano un loro valore, un loro motivo di esistere. Nel contesto attuale l’idea di coltivare una passione che non porterà a un sicuro guadagno, di impegnarsi in un progetto che non sarà necessariamente redditizio, è poco allettante. Oggi abbiamo bisogno di una dose maggiore di certezza. La finalità intrinseca ai bisogni primari ha nettamente superato il piacere di dedicare del tempo a qualcuno e qualcosa solo per il gusto di farlo, perché ci interessano, al di là del rapporto di mezzo a fine che possono assumere. Questa visione è però incompatibile con la bellezza. Essa richiede di consegnarsi in ostaggio al destino, senza sapere cosa accadrà dopo. È una sua peculiarità. Qualunque calcolo che la riguardi non può che essere disatteso. E in questo, ci dice Galimberti, che si ritrova la sua parentela con l’amore. Entrambi sono o dovrebbero essere senza scopi, concetti o previsioni. Trascendono la dimensione mentale, qui è dove il piano della realtà e quello del desiderio entrano in collisione tra loro e non si è più capaci di distinguere l’uno dall’altro. Davanti ad esse si è passivi e impotenti, qualunque sforzo in direzione contraria è destinato a morire di fame. Ci portano per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza”, ci dice Galimberti. Bauman, non molto diversamente, direbbe che “finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai. E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. È un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile”.

[Illustrazioni a cura di Edoardo Michelozzi]

In amore e bellezza convivono due diverse anime: il sensibile e l’ineffabile. Se la prima ci rassicura perché di fronte a un’immagine gradevole i sensi si distendono e ci fanno godere del senso di quiete che la vista ci offre, la seconda ci fa disperare. Oltre quella pacifica visione c’è dell’altro che non puoi cogliere, che non si lascia dire né capire. Il bello, l’amore sono inquietanti perché rimandano a qualcos’altro che sfugge. Essi non sono tranquilli né rassicuranti, ma toccano con mano i limiti dell’uomo, rappresentano l’inesauribilità dello sguardo. Gli esseri umani investono gran parte del loro tempo nel contatto con l’altro (o nel caso di alcuni, ricercano una qualche forma di compagnia), eppure non sono in grado di dire cosa vogliono. L’intimità dei rapporti non conduce a una maggiore consapevolezza di quello che si vuole, semplicemente perché questa ricerca non è guidata dalla ragione. Di fronte alle cose belle l’anima subisce una dislocazione, viene collocata fuori dalla dimensione temporale e spaziale, si perde e si spezza. Ed è qui che si assiste alla morte della razionalità: la coscienza dimette la sua vigilanza, le riserve cadono ed entriamo nella dimensione della follia. “Pensate che i pazzi siano solo quelli ricoverati negli ospedali psichiatrici? Sbagliato. Siamo nati tutti folli”. Un bambino quando viene al mondo non conosce il significato delle cose, non sa che non deve gettare il cucchiaio per terra, che prima di correre dovrà imparare a muovere i primi passi. Tutte queste cose le apprende in un secondo momento.

[Illustrazioni a cura di Edoardo Michelozzi]

La vita inizia nella dimensione della follia e si converte in razionalità perché assumiamo un sistema di regole prestabilito, ormai codificato. Ogni cosa è polivalente, potrebbe avere mille significati, eppure noi gliene attribuiamo soltanto uno. Perché? Perché è più funzionale. Diventerebbe difficile capirci se un tavolo avesse un valore ulteriore rispetto a quello di fungere da piano di appoggio. L’unico momento nel corso della vita adulta in cui ritorniamo ad abitare la dimensione della follia è quando sogniamo. Quando dormiamo la razionalità ci abbandona, salta il principio di contraddizione, il rapporto causa effetto si annulla e i significati si contaminano tra loro. “Un sogno può iniziare nell’Impero Romano e finire nel presente, posso essere maschio e contemporaneamente femmina, spettatore o protagonista”. Qui è dove le inibizioni si frantumano e non ci sono più limiti a ciò che può partorire la nostra immaginazione. La follia è ben più potente della razionalità e per questo spaventa. Entrare nella follia è doloroso perché non c’è modo di orientarsi. E tuttavia senza la pazzia, senza la sofferenza che ne scaturisce non vi sarebbe la creatività. La poesia non potrebbe vivere unicamente di metrica o di rime incrociate, deve nutrirsi del sogno. Citando Jaspers, ogni volta che ammiriamo una perla, dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia. Le opere belle, le cose d’amore richiedono un sacrificio senza il quale non nascono. L’incontro con l’altro si basa proprio sulla rivelazione di questa follia: il motivo per cui non scegliamo chiunque è perché ci circondiamo di chi intercetta la nostra parte folle e ce la rivela. A quel punto si è già messi a nudo. Non esistono parole per spiegare questa empatia e non è possibile sperimentarla senza trasgredire il nostro lato razionale. Solo nella nostra segreta follia siamo totalmente noi stessi, lasciamo emergere i nostri più intimi pensieri, ci facciamo conoscere davvero. Ci rende unici e irripetibili, ciascuno con il proprio mondo interno da rivelare a chi abbia la cura di avvicinarcisi con delicatezza. Ma questa tensione tra le due diverse matrici della bellezza, inquietudine e quiete, può schiacciare. Come si raggiunge il perfetto bilanciamento? Come fa il bello a coniugarsi con il bene, ad acquisire un valore etico? Attraverso la conoscenza di se stessi, dei propri demoni. Qui la parola demone deve intendersi secondo il suo significato etimologico. Essa allude alla coscienza umana, a una maggiore consapevolezza di sé. L’unico modo per trovare la serenità è scoprire la propria inclinazione, quello per cui si è nati, che ci caratterizza. Perché se è vero che per comprendere amore e bellezza la razionalità va messa da parte, allo stesso tempo non esiste vera bontà né amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. “La felicità non dipende tanto dal piacere, dall’amore, dalla considerazione o dall’ammirazione altrui, quanto dalla piena accettazione di sé.”

Oggi però la consapevolezza di se stessi è entrata in crisi. Il nostro è un contesto storico e sociale che non ci richiede più alcuna forma di impegno, di partecipazione e se ce le richiede, comunque noi non ce ne sentiamo all’altezza. C’è una condizione di spaesamento che determina la perdita di valori, di modelli di riferimento. Il futuro è una minaccia, non ha risposte e non vale la pena spendersi per cercarle. “Quando io mi sono laureato sapevo che nel giro di un anno sarei diventato professore di filosofia in un liceo, adesso non c’è più nessuna certezza in tal senso”. Quando il futuro non è più attraente, vivere nel presente diventa l’unica soluzione perché permette di eludere l’angoscia. Ci svegliamo a mezzogiorno, viviamo di notte perché nessuno sente il bisogno della nostra presenza, perché non ci viene manifestato interesse o affetto sufficienti a farci alzare dal letto. Questo malessere non è dicibile, non si può esprimere e finisce che rimane soffocato in gola. Porta a un mutismo diffuso. È uno scenario che collide con la dimensione della speranza. Essa è frutto della cultura cristiana che vede nel passato il peccato, nel presente la redenzione e nel futuro la salvezza. Nel mondo greco invece il gioco del tempo è invertito: si va dall’età dell’oro fino al declino, perché non necessariamente ciò che viene dopo sarà migliore di quello che già è stato. Qui il dolore si svuota di qualunque significato simbolico, non è espiazione delle antiche colpe né ha effetto salvifico. “Il merito della cultura greca è proprio quello di avere guardato in faccia il dolore per quello che è, cioè inutile. Neppure Shakespeare era un tragico perché non può essere un tragico chi nasce nella società cristiana, che vive del culto della speranza. Questa concezione ottimistica del futuro come promessa ha fatto sì che l’Occidente si sia affermato sulla terra. Stiamo meglio un po’ di tutti i popoli. Abbiamo attraversato crisi che però ci hanno permesso di mangiare tutte le sere. Eppure noi occidentali oggi siamo il 20% dell’umanità e per tenere questo livello di vita abbiamo bisogno del restante 80% delle risorse della terra”.

[foto di Anna Sanesi]

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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