Friday, 23/8/2019 UTC+2
l'UniversiTà

“Una Donna”

“Una Donna”

È strano come il più acuto dolore possa insinuarsi in microscopiche fessure e mettere radici. Se coltivato nel tempo, riesce a diventare una presenza quasi rassicurante, come un compagno di viaggio che non ti lascia mai solo. Perché diventa preferibile gestire qualcosa che si conosce, per quanto amara possa essere la sua medicina, invece di abbandonarsi all’ignoto . Io credo che sia proprio questa rassegnazione a renderci apatiche e silenti. Il pensiero che le cose non cambino e stiano andando semplicemente incontro a un lento declino, è diffuso. Quando scegliamo una strada lo facciamo credendo che sarà quella per tutta la vita: quando una donna si sposa si presume che sia per sempre, quando diventa madre lo sarà fino alla morte e qualunque distrazione non è che temporanea, un diversivo che non può condurre fuori dal percorso prestabilito. O almeno un tempo era così.

Sibilla Aleramo descrive perfettamente questa realtà. Nel suo Una donna” ci racconta la storia di una donna spezzata (che poi sarebbe la sua storia). Dopo la violenza sessuale subita nella fabbrica in cui lavorava come segretaria del padre, viene costretta a sposare il suo stesso stupratore. Da lì avrà inizio un’esistenza misera, tra le botte del marito, la depressione, il tentativo di suicidio e il figlio che vorrebbe portare con sé, via dalla gabbia in cui è stata confinata. L’unico spiraglio di luce è la rivista femminista per cui inizia a scrivere a Roma, dopo il trasferimento impostole dal coniuge. Sibilla prende coscienza si sé, del suo valore di persona indipendente, al di là del ruolo che riveste nell’ambiente domestico. Tutta questa libertà le dà la forza di andarsene. Al coronamento del suo sogno però si frappone un ostacolo: il figlio non la potrà seguire. Se lascia il marito deve dire addio anche a lui. Possibile che la sofferenza sia talmente insopportabile da preferire una vita in solitudine, ma finalmente libera, al figlio tanto amato? Sì, ed è proprio da questo abbandono che nasce il romanzo. La scrittrice dedica il libro al figlio, nella speranza che, una volta spiegate le ragioni della sua fuga, possa perdonarla. Anche l’amore più sincero non può vivere entro mura d’acciaio.

Se avete visto “The Hours” potete cogliere la similitudine tra le due protagoniste femminili. Anche Laura Brown sceglie di andarsene e la sua motivazione è tanto lucida quanto glaciale:“Sarebbe bello dire che ho dei rimorsi, sarebbe un aiuto. Ma che senso può avere provare rimorso di qualcosa quando uno non ha scelta? E’ quanto riesci a sopportare. E’ tutto qui. Nessuno riuscirà a perdonarmi. Lì c’era la morte. Io ho scelto la vita.” Nella scena in cui Laura, ormai anziana, fa la sua comparsa dopo molti anni la sentiamo chiamare strega, madre egoista e indifferente al figlio. Eppure è sufficiente sentire la sua storia, vedere le lacrime inumidirle gli occhi e il dolore affaticarle il respiro per far cadere i sospetti nei suoi confronti. Questa donna ha vissuto da emarginata, scontando con dignità la pena cui era stata condannata. Anche per lei la libertà ha avuto un caro prezzo e si è resa irrinunciabile, una volta conquistata.

Quando pensiamo a queste donne non sono la compassione o la solidarietà i primi sentimenti che ci governano. Li precedono i dubbi, le riserve verso madri che se ne vanno, noncuranti del rancore che seminano alle loro spalle e con cui, presto o tardi, faranno i conti. Quando Oriana Fallaci in “Lettera a un bambino mai nato” decide di partire per un viaggio di lavoro mettendo a rischio la gravidanza, diffidiamo delle sue azioni. “Poteva aspettare, avrebbe avuto altre occasioni nella sua vita”. Oppure “Non bisognerebbe mettere al mondo i figli quando non si è pronti ad essere madri”. Da quando diventiamo madri la nostra intera esistenza sarà votata al sacrificio, al dovere di crescere figli sani, forti e rispettosi. La nostra individualità è messa da parte in nome di un compito più grande. Non ci sfiora il pensiero che i figli siano un prolungamento di noi stesse, con un percorso difforme e personale, e non un lucchetto per la vita. Non pensiamo che quella linea sottile che separa le madri perfette, presenti e premurose da quelle distratte e scostanti si possa incrinare da un giorno all’altro perché qualcosa nel mondo pulito e ordinato che ci siamo costruite incomincia a starci stretto. Elena Ferrante parlerebbe di “smarginatura”: inizi a sanguinare, i sensi si offuscano, la testa ti gira e tutto ciò che ti circonda ti occlude la vista e ti strozza il respiro. “Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perché, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo all’essere noi stessi.”

Ci sono urla che impiegano molto tempo prima di farsi ascoltare, speranze che sono state custodite per anni come la parte più vulnerabile di noi. Forse queste donne volevano essere, prima di tutto, un esempio per i loro figli e non semplicemente una figura genitoriale. Forse se avessero potuto parlare con loro gli avrebbero detto di non accontentarsi mai della mediocrità, di coltivare il coraggio di ribellarsi, di cercare quello che li rende felici, al prezzo dell’onore, del denaro, dell’amore.

Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Conservati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile. [Sibilla Aleramo]

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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