Friday, 23/8/2019 UTC+2
l'UniversiTà

The rape of Recy Taylor

The rape of Recy Taylor

Recy Taylor ha 24 anni quando la sera del 3 dicembre 1944, appena uscita dalla messa, viene minacciata da sette uomini bianchi, caricata in macchina sotto gli occhi del fratello e stuprata a pochi passi da casa. Quegli uomini non si limitano a violentarla. Recy viene mutilata. Da quel momento non potrà più avere figli. Quella notte le viene risparmiata la vita solo perché promette di non dire niente a nessuno. Eppure la prima cosa che fa appena riprese le forze è raccontare cose le è successo, descrivere i volti di quegli uomini, il dolore e l’umiliazione inferte a lei e alla sua famiglia. La sfortuna di Recy è di essere una donna di colore nell’Alabama razzista e intollerante degli anni Quaranta. Non solo non viene creduta, ma è screditata pubblicamente, secondo una tecnica di denigrazione ormai nota tra le vittime di abusi. Il processo si conclude con l’assoluzione degli imputati, che ne escono come bravi ragazzi che volevano solo divertirsi, superando forse i limiti della morale, ma non quelli della legge. Il suo caso suscita tanto clamore da attirare Rosa Parks, che ben conosce le prepotenze del Sud. Anche lei, appena diciottenne, subì un tentativo di violenza. All’epoca faceva la domestica in casa di una coppia di bianchi, quel giorno usciti per delle commissioni. Le si presenta alla porta un amico dei coniugi. “Sono qui per te”, le dice. Rosa cerca di rimanere composta, non si muove, lo guarda negli occhi e gli dice che se vuole può fare sesso con il suo cadavere, ma da lei viva non avrà niente. L’uomo se ne va e non tonerà mai più. Rosa Parks sa bene di essere stata fortunata, perché la tradizione insegna che gli uomini bianchi hanno tutto il diritto di abusare sessualmente di una donna nera, rimanendo impuniti.

Il racconto di Recy non ha solo i connotati dell’aggressione carnale: ad essa vi si unisce la componente razziale. “È un fatto politico”, ci viene detto nel video girato dalla Casa delle donne di Bologna, che precede il documentario. Sempre più frequente è la tendenza a scambiare i piani, a sovvertire i ruoli. Termini come vittima e carnefice perdono di consistenza tra le pagine dei giornali, tra i verbali di udienza dei processi, nelle chiacchiere al bar con gli amici. Lo stupro ha poco a che fare con il sesso. È una questione di potere e, in questo caso in particolare, di supremazia bianca. Non si sostanzia semplicemente in un desiderio carnale, in un impulso del momento. Più spesso è motivato dall’autoconvinzione del consenso, dalla pretesa legittimazione, dall’attaccamento morboso, dalla totale assenza di educazione sentimentale. Recy ci insegna a scavare dentro i nostri demoni. Ha persistito nella sua lotta, nel suo diritto di dire la verità, di essere ascoltata e creduta. Ha dovuto attendere il 2011 per ricevere le scuse del Governo per aver insabbiato il caso. Tuttavia, ci racconta la sorella di Recy, l’attesa non ha annichilito il suo coraggio, né ha temperato il suo spirito. “Gli uomini che hanno stuprato Recy sono per lo più morti tragicamente. Lei invece è ancora qui. È ancora qui”.

The following two tabs change content below.
Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
Matilde Olmi

Ultimi post di Matilde Olmi (vedi tutti)

POST YOUR COMMENTS

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.