Friday, 23/8/2019 UTC+2
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A cosa servono gli occhi

A cosa servono gli occhi

Ci sono , in certi periodi, libri che non siamo predisposti a leggere. Troppo impegnativi, troppo cerebrali. Sappiamo che finiremmo per addormentarci dopo due pagine. Ci sono libri che avremmo sempre voluto leggere, ma che per qualche ragione non si sono mai spostati dal ripiano della libreria. E poi ce ne sono altri che arrivano al momento giusto, che ti danno le risposte che cercavi e contestualmente ti riempiono di domande nuove. Per me A cosa servono gli occhi è stata la scialuppa di salvataggio lanciata da un’amica in un momento di difficoltà, in cui più delle parole servivano esempi, gesti e carezze. La sorpresa più grande è stata scoprire che la sua autrice, Laura Del Lama, avrebbe presentato il libro in un locale del centro della mia città. Andarci e intervistarla mi sembrava d’obbligo.

Di cosa parlano in breve i suoi racconti?

Sono sei storie totalmente diverse, ma legate dal tema dell’incomunicabilità: la storia di una coppia che sta insieme da molti anni, ma in cui entrambi scoprono l’uno dell’altra cose totalmente inaspettate . C’è La cagna, storia di una madre tossicodipendente che scrive una lettera infamante alla figlia. C’è il racconto delle due sorelle, una udente e l’altra sorda, che crescono sapendo tutto l’una del’ altra, ma il cui rapporto negli anni si incrina. Sono racconti spaiati, scritti in periodi totalmente diversi e frutto di esperienze di vita differenti.

Come si è avvicinata alla scrittura? C’è stato un momento particolare in cui ha sentito il bisogno di scrivere?

A questo proposito c’è un aneddoto che non racconto spesso. Io ho fatto le elementari dalle suore e la mia maestra di allora era fissata con la produzione scritta. Siccome scrivevo bei temi, mi mandava a leggerli nella classe accanto, dove insegnava la direttrice, tale suor Giuseppa. Succedeva quindi che io, estremamente timida, dovevo bussare alla sua porta, interrompere la lezione e leggere il tema davanti a tutta la classe. Volevo morire. Vedevo la noia negli occhi degli alunni di quella classe, in più la maestra doveva per forza farmi i complimenti a fine lettura. Questa cosa mi ha bloccata definitivamente. Per un po’ non ho più scritto. Per fortuna alle medie ho trovato una professoressa bravissima e da lì ho sempre continuato a coltivare questa passione.

Il titolo, A cosa servono gli occhi, a cosa allude?

Allude al fatto che dovremmo utilizzare gli occhi come strumento comunicativo più di come lo usiamo. Andare oltre all’espressione verbale, guardare la gestualità del corpo, percepire l’altro attraverso la sua presenza visiva, non solo ascoltando, che spesso vuol dire anche distrarsi. Se io ti parlo, ma sono impegnata a fare altro, il contatto visivo si interrompe. Nel racconto che vede come protagonista Dimitri Salina vediamo l’uomo impegnato in una conversazione telefonica con una prostituta. Le due conversazioni però si svolgono su un piano completamente diverso perché non c’è ascolto e di conseguenza neppure comprensione. Invece quello stesso personaggio riesce a instaurare con una qualunque zingara incontrata in metro un rapporto basato sulla percezione reciproca.

Il rischio è che limitandoci soltanto a percepire con gli occhi ci si lasci ingannare. Come si fa in questi casi?

Questo rischio c’è sempre nei rapporti umani. C’è però una forma di empatia ( più presente in certe persone che in altre) su cui bisogna fare affidamento. Se riusciamo ad arrivare all’altro con la nostra sensibilità probabilmente non ci sbaglieremo, o comunque il margine di errore sarà ridotto al minimo.

Un’impressione avuta leggendo il libro è che i ruoli maschili siano più solidi di quelli femminili. Come mai questa scelta?

Perché per me le donne sono fragili ed è questa loro fragilità (che io adoro) che le rende uniche. L’uomo solido e la donna solida sono diversi perché hanno due strutture fisiche e pensanti dissimili l’una dall’altra. Questa diversità è un valore aggiunto, va esaltata, non sovvertita. Non c’è alcun bisogno che la donna si comporti e si atteggi come un uomo. La donna che rivendica la sua fragilità va ammirata, con le sue debolezze e ricchezze. Bisogna farne un vanto, non temere un giudizio.

Forse la paura è che mostrando questa fragilità ci si percepisca come facili prede

Storicamente è sempre stato così. Però a un certo punto, arrivati a una soglia di maturità, capiamo che nessuno può metterci i piedi in testa. E se lo capisci, riesci anche ad andare oltre la paura di essere sfruttata. Il problema poi esisterà sempre perché ci saranno sempre uomini che ne vorranno trarre vantaggio, ma con loro dobbiamo relazionarci tutti i giorni.

Un’altra tematica ricorrente è il senso di colpa e il desiderio di espiazione. Come si convive con questo sentimento?

Il senso di colpa ce l’abbiamo tutti, per qualunque cosa. Io personalmente tendo a non affrontarlo e i miei personaggi ne risentono. Fa parte della nostra fragilità perché serve un gran pelo sullo stomaco per guardarlo in faccia e se non ce l’hai fai finta che il problema non esista.

Una delle storie racconta di una mamma che lascia il marito e la figlia per alcune settimane, senza far sapere dove si trovi e perché sia andata via. Una bambina potrebbe pensare che questa fuga sia dovuta a una mancanza di amore, invece in questo caso la figlia capisce cosa ha spinto la madre ad andarsene. Lei trova che i bambini abbiano una maggiore capacità in tal senso?

Io ho lavorato in una materna per un anno, con i bambini di tre anni. Sono avanti anni luce. Gli devi insegnare tutto, ma il loro stato d’animo entra in contatto con il tuo e arrivano a qualunque cosa. Quello che il marito non capisce, lo intuisce la figlia Amalia. La madre ha bisogno di andarsene ed è una cosa terribile, fa male, ma va accettata. I bambini riescono ad accettare tutto perché non hanno filtri. Le cose gli arrivano addosso e le ricevono come realtà immodificabili. Poi da adulti ovviamente la coscienza si forma.

Lei ha detto che preferisce i finali aperti, come quelli dei suoi racconti. Non ha mai sentito il bisogno di mettere un punto?

No, io voglio che il lettore sia libero di scegliere. È nel mio stile e da lettrice cerco la stessa cosa. Ho bisogno di immaginarmi da sola. La lettura è un momento personale, che non condividi con nessuno. Se tu mi racconti un tramonto azzurro, non me lo raccontare fino in fondo, perché ce l’ho già in testa. Se mi descrivi il carattere di una persona, non me lo raccontare fino in fondo, dammi solo degli elementi e io poi quella persona la riconoscerò se l’ho già incontrata o scoprirò che sono io stessa.

Nell’ultimo racconto si parla del tema della sordità. Lei che lavora in questo ambito, come vi si è avvicinata?

Stavo studiando lettere, avevo finito tutti gli esami che mi interessavano, poi, arrivata a dare quelli che non mi incuriosivano, mi sono arenata e non ho continuato. Mi sono trovata in un momento di crisi mistica in cui non sapevo che lavoro avrei fatto. In quel periodo ho conosciuto persone che lavoravano con i sordi, ho fatto una prima lezione di lingua dei segni con loro e mi è piaciuta molto. Sono entrata a fare un tirocinio all’ente nazionale sordi. Poco dopo mi hanno presa a lavorare per loro perché una segretaria aveva appena lasciato il posto. Non quindi per merito, ma per fortuna. Lavoro con i sordi da otto anni ed è un mondo poco scontato. Lavorare con un deficit non è facile e a un certo punto ho sentito il bisogno di dare spazio ai miei pensieri e l’unico modo che conosco è scriverci sopra. Mi è servito molto perché a volte rischi il burn out. Bisogna stare attenti a non farsi fraintendere, a capirli, perché si parla della loro vita e va trattata con cura.

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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