Friday, 23/8/2019 UTC+2
l'UniversiTà

Tutto quello che i nostri genitori ci hanno raccontato è falso

Tutto quello che i nostri genitori ci hanno raccontato è falso

Chi ha un genitore laureato in Legge avrà sentito parlare fin da bambino di un libro intitolato To kill a mockingbird, in italiano Il buio oltre la siepe (in realtà a me lo regalò mia zia, insegnante di filosofia, ma questa è un’altra storia). Se in Italia è conosciuto principalmente per il suo adattamento cinematografico, negli Stati Uniti è stato eletto a monumento della letteratura nazionale: Barack Obama lo ha classificato tra i suoi libri preferiti, Oprah Winfrey lo ha definito come “il secondo libro più importante dopo la Bibbia” e numerosissimi sono i riferimenti nella cultura popolare. Il romanzo di Harper Lee è un contenitore di istanze sociali: dalle prime lotte contro i pregiudizi razziali alle questioni di genere, dall’integrità morale alla promiscuità della giustizia, dalle bravate dell’infanzia alle angosce degli adulti. Tutto questo Harper non ce lo racconta con la pedanteria di un giurista, ma con lo sguardo ingenuo e sprezzante di una bambina, Jean Louise, detta Scout. Scout è la figlia di Atticus Finch, avvocato vedovo nell’Alabama degli anni ’30, nel periodo cupo della segregazione razziale. Diviso tra gli impegni lavorativi e i paterni insegnamenti di vita che impartisce ai figli, Atticus si ritrova a difendere Tom Robinson, un bracciante di colore accusato dello stupro di una ragazza bianca. Non a caso il delitto che gli è addebitato ha natura sessuale: si sceglie un crimine che possa turbare non tanto per la crudeltà con cui viene commesso, quanto per la sua natura aberrante e per la capacità di sollevare l’opinione pubblica. Gli abitanti della cittadina di Maycomb, luogo fittizio dove è ambientata la storia, fin da subito gli manifestano disprezzo. Se i figli faticano ad accettare i soprusi e le umiliazioni, Atticus rimane imperturbabile. Ad acquietarlo è la consapevolezza che le sue azioni sono dettate da nobili ideali, che il vero coraggio significa sapere di essere sconfitti in partenza, ma iniziare lo stesso, arrivando fino in fondo, qualunque cosa succeda. Quando Scout gli chiede perché per lui sia così difficile integrarsi con la comunità locale, perché non si sforzi di pensarla come loro, Atticus le dice che prima di vivere con gli altri, bisogna vivere con se stessi: la coscienza è l’unica cosa che non deve conformarsi al volere della maggioranza. Harper Lee ci consegna un manifesto di correttezza e onestà intellettuale che ispirerà generazioni.

L’autrice muore nel 2016, ma la sua morte riserva delle sorprese: esiste un manoscritto mai pubblicato, cronologicamente successivo agli eventi narrati ne Il buio oltre la siepe, ma che Harper Lee partorì per primo. Si intitola Va’, metti una sentinella ed è stato stroncato dalla critica internazionale. Il motivo è che distrugge tutto quello che è stato creato dal suo fortunato predecessore. Ci ritroviamo a Maycomb vent’anni dopo il processo. Scout ha ventisei anni e va a fare visita al padre per le vacanze estive. Durante il suo soggiorno scopre che il padre frequenta le riunioni del Klu Klux Klan, sostiene la candidatura di un esponente dichiaratamente razzista e ha seppellito tutte le sue idee progressiste. Tutto quello che ci avevano raccontato era falso. Atticus Finch, il buono e onesto avvocato dei neri non è altro che un ipocrita, segregazionista e gretto sostenitore della supremazia bianca. La delusione di Scout è quella di tutti noi. Non ti perdonerò mai per quello che mi hai fatto. Mi hai tradito, mi hai cacciato di casa e ora sono in una terra di nessuno. D’altra parte aveva ragione Kundera quando diceva che i grandi amori sono come gli imperi, quando scompare l’dea su cui sono fondati, periscono anch’essi. Minata così la credibilità di Atticus Finch, tutto l’impianto narrativo eretto faticosamente a baluardo di valori democratici si frantuma. Crollato il pilastro, tutti gli altri concetti muoiono in massa. Cosa succede quando gli eroi dell’infanzia diventano i nuovi mostri? Harper Lee ci suggerisce la risposta. Sarà Scout, quella bambina cresciuta a pane ed eguaglianza, a prendere il posto del padre, a metterlo di fronte alle sue contraddizioni. Scout capisce l’importanza del suo ruolo quando realizza che il padre voleva darle un’ultima lezione. Voleva che capisse che facciamo tutti i conti solo con la nostra coscienza e che gli errori più grandi si fanno nel tentativo di imitare qualcuno a cui non possiamo assomigliare. Arrivati a questo punto, forse non ci meraviglierà scoprire che l’autrice di questi due romanzi ha donato ad Atticus Finch le sembianze del suo vero padre, l’avvocato Coleman Lee. Inizialmente restio ad accordare ai neri gli stessi diritti dei bianchi, la figlia ne diede una pessima rappresentazione nel suo primo libro. Eppure, quello stesso padre, anni dopo, si convinse a difendere in giudizio due neri accusati di omicidio. Fu da quell’episodio che nacque il mito, ma solo in punto di morte Harper ci svela la vera storia.

Harper Lee ci fa cadere un idolo, un modello a cui ci siamo rifatti per cinquant’anni, ma lo fa per una buona ragione: ci insegna che il futuro ci appartiene più di quanto ci abbiano fatto credere, che il passato, seppur con le sue glorie, non era poi tanto splendente come pensavamo e che, in fondo, dipende tutto da quanto sapremo mettere in discussione tutto quello che ci hanno insegnato. Atticus, ormai su una linea di pensiero opposta a quella della figlia, ciò nonostante la guarda con ammirazione. Non cerca giustificazioni per quello che ha fatto, non le dice cosa lo abbia portato a cambiare idea così radicalmente . Si limita a guardarla e dirle Ti amo, tu fai un po’ come ti pare.

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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