Friday, 23/8/2019 UTC+2
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Fino all’osso

Fino all’osso

Mi ci è voluto del tempo prima di decidermi a vedere un film che un’amica mi aveva consigliato mesi fa. Il problema era la trama. La protagonista di “To the bone”, Ellen, è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia. Il suo disturbo la porta ad abbandonare il college per sottoporsi a numerosi programmi terapeutici, tutti senza successo, anche a causa della sua riluttanza a guarire. La mia difficoltà con questo tipo di tematiche risiede principalmente nella incapacità di capirne le dinamiche, le cause scatenanti e soprattutto le vie d’uscita. Quando Ellen taglia a pezzetti piccolissimi la cotoletta che ha nel piatto e poi si alza da tavola senza averla nemmeno assaggiata, mi vengono i crampi allo stomaco. Quando al ristorante cinese mastica un involtino primavera per poi sputarlo nel tovagliolo, o si limita ad annusare la sua merendina preferita, mi contorco per la nausea. Quando prima di addormentarsi fa le flessioni a letto, sale più volte le scale di corsa , provo dolore fisico. Ma la scena in assoluto più straziante è quella in cui la madre di Ellen arriva a nutrirla con un biberon, cullandola come se fosse una neonata. L’aspetto più disturbante dell’anoressia è che viene spontaneo associarla a una tensione verso la morte. Privarsi della principale fonte di sostentamento è masochista, crudele e sintomatico di una repulsione verso se stessi che mi ha sempre spaventato. Significa privarsi delle energie per vivere.

Un altro problema che ho con l’anoressia è che non abbiamo ancora imparato a parlarne. Negli ultimi anni in Francia è stata approvata una legge che vieta alle modelle al di sotto di una certa massa corporea di sfilare in passerella o posare per servizi fotografici. Personalmente non ho la minima idea di quale sia il modo più opportuno per trattare questa patologia, per disincentivarne la diffusione, ma se di una malattia si tratta, è giusto criminalizzarla? È giusto discriminare chi ne soffre, emarginandolo e facendolo sentire rifiutato doppiamente, prima da se stesso e poi dal mondo a cui vorrebbe appartenere? Sebbene sia sbagliato propinare modelli di bellezza scheletrici e filiformi, non mi ha mai convinto la teoria secondo cui sarebbero le campagne pubblicitarie, i programmi televisivi, i social media ad alimentare un irraggiungibile ideale di magrezza, fino a condurre all’autodistruzione. Per quanto l’anoressia sia fotogenica, ammetterlo significherebbe trascurare tutte quelle implicazioni personali, trascorsi familiari e meccanismi interni che giocano un ruolo cruciale nei disturbi alimentari. È qualcosa che riguarda il bisogno di sentirsi amati, prima che desiderati. Non c’è paura più grande che farsi conoscere esattamente per quello che si è e accettare l’idea che tuttavia potremmo non piacere. Imporre il conseguimento di un peso canonicamente considerato accettabile significa far passare il messaggio che tutti coloro che sono al di sotto o al di sopra di quella unità di misura hanno qualcosa che non va.

Quelle che realmente serve è una maggiore sensibilizzazione. Troppo spesso si pensa che basti un’esortazione a mangiare di più per uscirne. Nel film vediamo la matrigna di Ellen prepararle una torta a forma di hamburger con scritto “Eat up Ellen!” (“Mangia tutto, Ellen!”), tra l’imbarazzo delle figlie. Dire ad una anoressica di mettere qualcosa nello stomaco è come dire a una persona depressa di alzarsi dal letto per andare a lavoro. Non è qualcosa che possono scegliere, né un capriccio. Neppure può essere ridotto a un tentativo misero di attirare l’attenzione. Il fatto che siano malattie legate alla psiche non le rende per ciò stesso controllabili.

To the bone è stato accusato di promuovere l’anoressia non molto diversamente da come la serie televisiva 13 Reasons why lo fu di fomentare il suicidio. È chiaro che essendo prodotti destinati all’intrattenimento il rischio di scadere nella banalità è sempre dietro l’angolo. Ciò detto, evitare di parlare di un problema, non lo ha mai risolto. Prendere coscienza che sì, una diciassettenne può soffrire talmente tanto da tagliarsi le vene, che una ragazza può faticare così tanto ad accettarsi da affamarsi e arrivare a pesare trenta chili, sono verità scomode, eppure indispensabili. Nessuno sta “glamourizzando” niente. Stiamo semplicemente dicendo che queste cose esistono. Per chi non ne volesse sapere, Netflix dispone di una accuratissima sezione per bambini. L’unica cosa su cui possiamo discutere è come questi film o serie televisive siano costruite: se siano credibili, oneste e rispettose di tutte le sensibilità coinvolte. Tutti questi aspetti sono sindacabili e soggettivi. Ma il principio che li ha ispirati deve essere un punto fermo.

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Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
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