Tuesday, 23/7/2019 UTC+2
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Siria, un’altra banale violenza

Siria, un’altra banale violenza

“Difendere i diritti umani”, segnatevi queste parole, perché le sentirete ripetere come un mantra nei prossimi giorni. Ora che gli aerei della coalizione formata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito volano nei cieli di Damasco e Homs, sarà la difesa dei diritti umani a dover giustificare l’ennesimo capitolo delle azioni militari occidentali in Medio Oriente. Una difesa che, anche se legittima, appare come obiettivo di contorno rispetto al vero e proprio acclarato target dell’azione: il ridimensionamento della Russia putiniana che da anni sta assumendo sempre più il controllo della zona, avvallando ogni genere di mostruosità da parte del regime di Bashar al-Assad e dell’alleato turco. In queste contrapposizioni sfumate il dato finale non è altro che la consapevolezza che il passato recente non sembra aver insegnato nulla alle cancellerie dal punto di vista militare e diplomatico. Anche un occhio poco esperto comprende che intervenire nel quadro mediorientale in modo così massiccio con forze aeree (e domani, chissà, anche con quelle terrestri) non solo non risulta utile allo sbandierato scopo di difendere la popolazione civile, ma dimostra di non aver fatto tesoro delle esperienze di Libia, Iraq e Afghanistan: tutti casi in cui simili tecniche si sono rivelate fallimentari sia per la mancata riappacificazione dei paesi ma soprattutto per l’impatto di radicalizzazione anti-occidentale che hanno avuto sulla popolazione.

Restano anche da capire le tempistiche dell’intervento che ha i contorni di una rappresaglia ad azioni, come l’uso delle armi chimiche, che ancora devono essere appurate dagli osservatori delle organizzazioni internazionali deputate. In secondo luogo tale intervento non tiene conto della complessità della questione, in Siria non esiste solamente uno scontro tra governo legittimo e ribelli ma esiste una sotterranea contrapposizione tra le due anime che da anni si fanno la guerra nel mondo arabo, cioè Iran contro Sauditi (in poche parole Sciiti contro Sunniti), divisione che sta producendo una altrettanto sanguinosa guerra in Yemen e che certamente non può essere ricomposta con dei raid aerei su Damasco. Una guerra che, invece, avrebbe bisogno di tavoli di pace e negoziati incisivi.  Sia ben chiaro, le mostruosità avvallate dal Cremlino sono di una gravità inaudita, che vanno di pari passo con quelle sostenute dall’asse Mosca-Ankara sul territorio reclamato dai curdi. Putin è senza dubbio colpevole di aver cercato di raggiungere obiettivi diplomatici senza porsi nessuno scrupolo ma, anzi, spacciando per guerra al terrorismo la voglia di guadagnare posizioni nella regione. Proprio per questo viene ora difficile pensare ad una Russia pronta a fermarsi o a retrocedere, soprattutto dopo aver conquistato una posizione centrale nella scacchiera della regione. Dunque, anche se le responsabilità sono enormi, non si può cedere al gioco militare di Mosca perché questo significherebbe fornire una facile giustificazione a qualsiasi azione di risposta.

Va anche analizzato un altro dato: la mancanza dell’Europa. L’Europa che vede impegnato il paese con il numero maggiore di militari effettivi (Francia) ma che sulla questione ha fino ad ora giocato di rimessa, cercando di gestire (quasi sempre male) i flussi migratori senza davvero esprimersi sull’accaduto e quindi non interpretando quel ruolo di patria dei diritti umani che da sempre reclama per sé. In tutto ciò rimangono sul campo i civili, forse passati per le armi chimiche dal regime brutale di Assad, bombardati ad Aleppo e ad Afrin, costretti a scappare dalle proprie case e dalle proprie abitazioni ad ogni bomba o rastrellamento. A loro va dedicato lo sforzo maggiore, a loro che sembrano tagliati fuori da ogni calcolo politico e militare, a lor che questa sera non sapranno se troveranno la propria casa, il proprio paese o la propria famiglia, a causa delle distruzioni che potranno seguire in risposta alle azioni di questa mattina. A loro vanno dedicati i nostri pensieri.

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Gabriele Morrone

Gabriele Morrone

Mi chiamo Gabriele e vengo dal profondo sud, lì dove le arancine si mischiano con i cannoli. Studio scienze politiche a Bologna, citta che con i suoi portici e il suo buon cibo mi ha letteralmente stregato. Scrivo per l'Università ormai da due anni, esso per me è uno spazio libero, un territorio vergine da colonizzare con idee, sogni e sensazioni. Buona lettura

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