Monday, 27/5/2019 UTC+2
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PD E CONTRAPPASSO: dalla “rottamazione” al 18% 

PD E CONTRAPPASSO:  dalla “rottamazione” al 18% 

Le elezioni del 4 marzo 2018 si sono rivelate essere la più grande debacle della sinistra moderata del nostro secolo. Questa sconfitta condivide il nome con un uomo che, trascurando ogni voce contraria interna al suo partito, ha sfacciatamente portato avanti il suo programma politico rottamatore.

Correva l’anno 2013 quando Matteo Renzi vinse le primarie del Partito Democratico. Ciò che colpì maggiormente in quelle elezioni fu il forte astensionismo dell’elettorato di sinistra. I dati parlano chiaro: da Veltroni a Renzi c’è un abisso partecipativo di un milione di voti.

E’ indubbio che dal 2013 ad oggi le esigenze del nostro Paese non siano cambiate eccessivamente, ma al tempo era risultato chiaro che il fronte antisistema fosse diventato per i partiti la nuova minaccia da combattere (il 25% del M5s alle elezioni politiche dello stesso anno). PD e Forza Italia fecero fronte comune arrivando a siglare il Patto del Nazareno e partorendo il governo Letta. 

A men di un anno dall’insediamento del nuovo governo, Matteo Renzi mosse una mozione di sfiducia all’interno dei democratici diretta all’esecutivo portando alle successive dimissioni dell’ex-premier Letta. 

Era arrivato il momento del segretario. Il 22 febbraio 2014 nasce il governo Renzi, sostenuto dalla stessa coalizione di partiti di quello precedente. Volendo attuare una profonda politica riformatrice, le aspettative dell’elettorato si alzarono in maniera esponenziale, facendo schizzare il partito al 40% durante le elezioni europee dello stesso anno. Inutile dire che si trattò di pura vanagloria.

Nonostante le riforme attuate in ambito economico abbiano ottenuto un aumento delle assunzioni esse non sono state percepite come netto miglioramento, quelle che riguardavano la pubblica amministrazione, come la revisione della parte II del titolo quinto relativa alla questione migratoria, sono diventate il tallone d’Achille del governo Renzi.

Mentre Renzi raggiungeva la sua apoteosi, infatti, l’opposizione più accanita, come Lega e M5s, pregustava la perdita dei consensi del gigante democratico, via via più sfaccettato, indebolito dall’ennesima scissione e coinvolto direttamente e non in scandali di palazzo (caso Etruria e ONG).

Passato alla politica come il “governo non eletto” e “governo delle banche”, l’esecutivo Renzi si schiantò in seguito all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Il vasto campo proposto di riforme non ha prodotto altro che lo spostamento di buona parte dell’elettorato PD al M5s e l’allontanamento dei sindacati dalla compagine di governo, tanto da decretare le dimissioni dell’esecutivo il 12 dicembre dello stesso anno. Renzi ha continuato a rimanere segretario anche dopo le primarie del 2017 guadagnando un 70%, cosa che lo rinfrancò molto, e dando una seppur sottile speranza per le elezioni politiche del 2018; eppure nessuno aveva la forza di parlare del forte astensionismo che ormai caratterizzava le primarie del centro-sinistra. Nel frattempo l’esecutivo è arrivato a fine legislatura nelle mani di Paolo Gentiloni.

Il clima che si respirava in campagna elettorale era scottante, persino i sondaggi facevano fatica a prevederne l’esito. Si alzavano i toni. Da una parte era schierata la coalizione di centro destra capeggiata da Matteo Salvini, da un’altra il M5s ed infine il centro-sinistra di Renzi. Il risultato è stato estremamente deludente per il PD che ha riportato un 18% costringendo i renziani alla ritirata, portando il segretario alle dimissioni e sostituendolo con il “reggente” Maurizio Martina.

Per dirla alla Manzoni e riassumere il cursus honorum di Matteo Renzi, egli è stato “due volte nella polvere, due volte sull’altar”: sull’altare come Segretario e Presidente del Consiglio, nella polvere dopo le disfatte referendaria e politica.

Il contrappasso è proprio in quel 18%: l’elettorato di sinistra ha punito il peccato di tracotanza dell’uomo che li rappresentava, ha alzato la lama della sua ghigliottina e tagliato la testa al suo re; cosa che, tra l’altro, è imputata allo stesso Renzi con l’unica differenza che la sua vittima è stata la sinistra italiana.

Eppure, a meno di qualche mese dalle elezioni europee 2019, si può notare come nel resto dell’Europa i partiti storici di sinistra, centro-sinistra e moderati, abbiano subito una fortissima recessione, lasciando spazio ai sempre più emergenti partiti populisti ed euroscettici. La grande questione, adesso, dovrà vertere sul rimpasto ideologico delle sinistre progressiste europee, sul loro elettorato e sulla loro influenza nei media nazionali ed internazionali, al fine di un cambiamento davvero innovativo mettendo in dubbio in primis le dinamiche evolutive degli stessi partiti e del loro rapporto con le altre forze politiche aliene al mondo della sinistra.

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Fabio Vitale

Fabio Vitale

Mi chiamo Fabio Vitale e "quand'ero piccolo mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani...", frequento la facoltà di Scienze politiche, sociali ed internazionali della Alma Mater Studiorum di Bologna. Sono nato il 14/01/1998 a Ceglie Messapica (BR), condivido questa data con persone come Dave Grohl, Alessandro VI Borgia e Giulio Andreotti. I miei interessi sono i più disparati: passo dalla musica, alla letteratura, all'arte, alla politica e, quando trovo qualcosa di interessante, anche la filosofia; sì, ho una certa propensione a distrarmi. Una volta finito il mio percorso di studi, vorrei lavorare come giornalista fotoreporter, cosa che mi ha spinto a scrivere per questo giornale. Da qualche parte si dovrà pur cominciare, no?
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