Wednesday, 18/9/2019 UTC+2
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Sentenza Foodora: una decisione che prova a ridare dignità al lavoro

Sentenza Foodora: una decisione che prova a ridare dignità al lavoro

Avv. Miller: “Cosa le piace del diritto?” 
Andrew Beckett: “Io…Molte cose…Cosa mi piace del diritto?” 
Avv. Miller: “Sì”
Andrew Beckett: “Il fatto che una volta ogni tanto…non sempre, ma a volte…diventi parte integrante della giustizia applicata alla realtà. E’ un’esperienza davvero eccitante quando questo avviene.”

Questa è sicuramente una delle frasi più toccanti del film cult “Philadelphia”. Toccante perché amaramente vera.

Il diritto nella quotidianità può sembrare arido, statico, addirittura ingiusto. Talvolta, però, quasi inaspettatamente, succede che la giustizia funziona esattamente come dovrebbe. Siamo quasi sorpresi quando questo accade, troppo abituati come siamo a lamentarci dei tempi della giustizia, delle sue verità, delle sue bugie.

L’undici gennaio la frase sopra citata del film Philadelphia si è cucita su misura per una decisione storica della Corte d’Appello di Torino.

Partiamo dal principio.

A giugno il Tribunale aveva respinto in primo grado la causa civile intentata da cinque rider contro la società tedesca “Foodora”. I lavoratori della gig- economy, quell’economia dei lavori part-time che negli ultimi mesi ha conosciuto uno straordinario boom grazie alla crescita esponenziale del food delivery, contestavano il licenziamento dopo la partecipazione alle mobilitazioni del 2016 a favore di una regolamentazione lavorativa più giusta per i rider. Questi, infatti, chiedevano comprensibilmente al giudice di essere riconosciuti come lavoratori subordinati (a Foodora, in questo caso). Il tribunale ha invece respinto la richiesta, classificando i rider come lavoratori autonomi, poiché loro stessi accedono alla piattaforma online dei turni di lavoro, decidendo se e quando svolgerli.

La decisione ha generato numerose discussioni e proteste anche perché, è essenziale ricordarlo, solo i lavoratori subordinati godono della maggior parte delle tutele che interessano il mondo del lavoro: basti citare i diritti di tipo assistenziale e previdenziale e la possibilità di porre limiti al potere direttivo del datore di lavoro. I legali dei rider sostenevano, a buon diritto, che in realtà i fattorini del food delivery fossero completamente assoggettati al potere del datore di lavoro, non avendo spesso possibilità di scelta in merito agli orari in cui svolgere la prestazione ed essendo continuamente sotto controllo da parte del datore stesso durante gli spostamenti per le consegne. In aggiunta, si può dire che le piattaforme digitali esercitino vere e proprie forme di pressing sui lavoratori, sollecitandoli in caso di minimi ritardi nella consegna (senza tenere conto dell’influenza delle condizioni atmosferiche ad esempio) e assegnando punteggi o agevolazioni in base al numero di ore di disponibilità.

In merito ai precedenti legislativi, possiamo sottolineare che negli anni ’80 il tribunale milanese sancì la stessa sorte per i pony express, classificandoli come lavoratori autonomi.

In secondo grado i giudici hanno riconosciuto il diritto dei ricorrenti ad avere una somma calcolata sulla retribuzione stabilita per i dipendenti nel contratto collettivo logistica- trasporto merci. Inoltre l’azienda tedesca, che nel frattempo è stata acquisita dalla spagnola Glovo, dovrà corrispondere ai cinque lavoratori un terzo delle spese di lite, che raggiungono circa trentamila euro tra primo e secondo grado. Gli ex cinque rider vengono dunque riconosciuti come lavoratori dipendenti dopo questa sentenza, un risultato che crea un precedente che fa ben sperare se aggiunto ad una decisione simile del tribunale australiano della Fair Work Commission, che ha conferito lo status di lavoratore dipendente ad un corriere.

La corte torinese, tuttavia, non ha ritenuto valido il risarcimento per violazione della privacy che sarebbe stata commessa attraverso la app dello smartphone dai datori di lavoro e, proprio come i colleghi di primo grado, anche questa volta sono state respinte le domande di riassunzione.

In conclusione, la decisione raggiunta dalla corte torinese può essere considerata un piccolo traguardo per la gig economy, quell’universo dei lavori legati alle applicazioni digitali in continua espansione grazie al costante  progresso tecnologico. Non bisogna tuttavia sottovalutare quanto lavoro ci sia ancora da fare per ridare dignità al lavoro e ai lavoratori, ed è per questo che anche le forze politiche dovrebbero scendere in campo per dimostrare il loro appoggio. E’ fondamentale imparare a tutelare nuove categorie di lavoratori, proprio come i rider, eliminando la subdola forma di caporalato digitale che fino a poco fa non faceva che espandersi.

 

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Mariangela Partipilo

Mariangela Partipilo

La leggenda narra di una me nata e cresciuta all'ombra dei cieli della bella Puglia, studio Giurisprudenza a Bologna e nel tempo libero mi rifugio nella letteratura, nella danza. Porto sempre con me l'azzurro del mio cielo e del mio mare.

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