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La Brexit oggi: tra scenari possibili e ragioni del voto

La Brexit oggi: tra scenari possibili e ragioni del voto

Con 432 voti contro 202, il 15 Gennaio il Parlamento britannico boccia l’accordo con l’Unione Europea circa l’uscita del Regno Unito.

I ben 230 voti di scarto decretano quella di Theresa May come la più grande sconfitta di un primo ministro dal 1924.

Ripercorriamo in breve le tappe salienti della Brexit per analizzare meglio il significato della votazione:

-23 giugno 2016: vince al referendum per l’uscita dall’Unione Europea il “leave”;

-29 marzo 2017: si attiva l’articolo 50 per l’uscita dall’EU;

-novembre 2018: il primo ministro britannico e l’Unione Europea raggiungono un accordo;

-29 marzo 2019: data di uscita ufficiale del Regno Unito.

Alla luce di questo percorso una cosa salta subito all’occhio, la data di scadenza si avvicina e con questa l’ipotesi di un’uscita “no deal”, senza accordo, con gravi se non gravissime ripercussioni sull’economia inglese.

Quali sono dunque i motivi che hanno spinto la maggioranza dei parlamentari, di cui 118 conservatori, a votare contro l’accordo? Ciò che chiede l’opposizione è un controllo totale delle proprie frontiere e dei propri mercati, di fatti l’uscita dall’Unione doganale e dal mercato unico. Sebbene tuttavia quello che sembrano chiedere a gran voce i parlamentari inglesi sia il pieno possesso dei movimenti economici del proprio paese, c’è chi ritiene, sicuramente non a torto, che le ragioni siano di natura geopolitica. Secondo questa interpretazione, che trova assoluto riscontro nei fatti, l’accordo economico che sembrava impossibile è stato trovato senza troppe difficoltà. Ciò sul quale invece ci si è bloccati è il problema del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda. Per nessun parlamentare, sia egli laburista o conservatore, è tollerabile l’idea che in caso di mancato accordo, l’Irlanda del Nord abbia un regime fiscale diverso. Il problema è da sempre tipicamente inglese e uno scenario simile minerebbe la sovranità di Londra. In particolare la Brexit viene già vista come un sopruso da parte di Scozia e cattolici irlandesi. Nell’ipotesi per nulla remota di una maggioranza di questi appena citati, la secessione apparirebbe una prospettiva reale se preceduta da un regime fiscale diverso.

Giunti a questi punto, gli scenari più probabili sono due:

  1. La May cerca l’accordo con alcuni gruppi di laburisti favorevoli all’unione doganale per una soluzione “Norvegia plus”: restare nell’EFTA, Regione di libero commercio direttamente collegata all’Unione, di cui fanno già parte Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein. Sarebbe per altro una soluzione che mette in difficoltà Corbyn, dichiaratosi favorevole al mercato unico;
  2. Viene chiesta la proroga della data di scadenza per un periodo che si ipotizza verso luglio, così da continuare i negoziati.

Sembra poco possibile l’ipotesi di un secondo referendum: gli Inglesi sono notoriamente molto seri in politica ed esprimersi nel giro di poco tempo su una questione già votata sarebbe vissuta come una mancanza di serietà e di rispetto per chi quella opzione l’ha già vagliata.

Questo pomeriggio si attende il voto di fiducia al governo, che tuttavia non prevede sorprese: i numeri per la sfiducia non ci sono e soprattutto non ci sono valide alternative alla May.

Aspettiamo in conclusione di vedere come procederà il governo inglese. Una cosa è certa: l’Unione Europea ha un’impalcatura solida e allontanarsene risulta eufemisticamente complesso.

 

Alessia Caruso

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