Monday, 27/5/2019 UTC+2
l'UniversiTà

Florence Welch

Florence Welch

Era il 2016 quando andai al concerto dei “Florence and The Machine” a Bologna. Ancora non avevo un’idea chiara sul genere di musica che facessero, né ero molto convinta che mi sarebbe piaciuto. Mi ero fatta contagiare dall’aria fiabesca, dalle trecce rosse e dalla carnagione lattea, segno inconfondibile di tutti i londinesi. Da dove mi trovavo avevo una visuale limitata del palco, ma il maxi schermo posto in posizione centrale inquadrava perfettamente la scena. La cantante del gruppo indie britannico spiccava tra la folla, alta, magrissima, avvolta da un vestito azzurro con trasparenze, capelli sciolti e piedi nudi. È difficile immaginare qualcosa di più evanescente e al tempo stesso più solido di Florence Welch. Diversissima è la sua voce a seconda che stia rilasciando un’intervista, chiacchierando in un bar, leggendo un libro o cantando. Figlia di una professoressa di storia rinascimentale presso la Queen Mary University e di un dirigente pubblicitario, Florence è la tipica artista dall’infanzia difficile. A undici anni i genitori divorziano e la madre si risposa con il vicino di casa. A tredici assiste al suicidio della nonna, affetta da disturbo bipolare. Inizia a bere l’anno seguente. Nonostante le siano state diagnosticate sia la dislessia che la disprassia, riesce a mantenere un buon rendimento scolastico, finché non si ritira per dedicarsi alla sua musica.

Florence è una cantante poliedrica, lunare, un’icona che combina lo stile gotico con l’hippie. È la ragazza che organizza festini in cui scorrono fiumi di alcol, in cui balla sui tavoli e incendia camere d’albergo, ma è anche quella che si ritira nel suo giardino privato e si siede sul tappeto per fare meditazione. Il suo appartamento è un tempio in cui si intrecciano il sacro e il profano, dove troviamo un’intera stanza dedicata a Frida Kalho (molto prima che scoppiasse la moda dei portachiavi e delle T-shirt a lei ispirati), una cabina armadio dove personalizza i suoi outfit e una camera da letto dove le pareti scompaiono in mezzo ai manifesti e ai quadri appesi. Normalmente timida e restia a parlare (tanto da aver bisogno di qualche sorso di vodka prima di esibirsi), quando canta sembra totalmente posseduta dalla melodia, in perfetta sintonia con i testi da lei scritti. In quel momento sta regalando al suo pubblico la parte più intima di sé, quella più fragile, perché i suoi brani non raccontano di banali storie d’amore adolescenziali, ma di passioni struggenti che ti lasciano sdraiata sul pavimento, sola e disarmata. Never let me go cantava nel suo secondo album, Ceremonials. In Lungs, album d’esordio della band, descrive la solitudine in cui si sprofonda dopo una rottura, l’incapacità di guardare al futuro e la voracità con cui ci aggrappiamo alla speranza : ho preso le stelle dai tuoi occhi e ne ho fatto una mappa/sapevo che in qualche modo avrei trovato la via del ritorno/poi ho sentito il battito del tuo cuore/e sono rimasta nell’oscurità con te. Segue What kind of man, un estratto del suo terzo album, How big, how blue, how beautiful: e con un bacio/hai ispirato un fuoco di devozione/ che durava vent’anni/che razza di uomo ama così.

Ma il dolore non è l’unico linguaggio che Florence conosce. In Dog days are over spiega cosa si prova quando, dopo un periodo di straziante sofferenza, si viene investiti da un’inaspettata felicità, di quelle che ti spaventano, talmente ti colgono impreparato: la felicità la colpì/come un treno sulle rotaie/venne verso di lei/intrappolata senza poter tornare indietro. La felicità è un proiettile che ti passa da parte a parte, lasciandoti ubriaca e inerme, con in testa sempre la stessa domanda: quanto durerà tutto questo? Mi sentirò mai di nuovo così? In You’ve got the love ci ricorda che prima o poi, nella vita, si perdono le cose che ami/ma tu hai l’amore di cui ho bisogno per guardarmi dentro. Che senso avrebbe la gioia se non fosse accompagnata dal timore di perderla? Per Florence quello che conta è l’autenticità dei sentimenti, l’amore che ispirano, siano essi negativi o positivi. Non esistono periodi di incontaminata felicità che durino per sempre, così come nessun dolore che si protragga all’infinito. Tutto quello che puoi fare è goderti la corsa.

A fine giugno è uscito il suo quarto disco, High as Hope. Uno dei primi singoli rilasciati si intitola Hunger. In un’intervista della BBC Radio dichiara che l’idea è nata da una poesia da lei scritta, che mai avrebbe pensato sarebbe diventata una canzone. Iniziò a comporla nello sforzo di capire lo stato in cui era precipitata per amore, in cose che amore non erano. Abbiamo tutti una fame, canta. In italiano suona malissimo, ma significa che abbiamo tutti qualcosa che ci consuma dentro, che ci strugge e ci logora. Ma Florence spiega che se tutti noi uniamo questa fame, cantandola ad alta voce, insieme possiamo diventare un coro, più forte del dolore, più forte della solitudine.

The following two tabs change content below.
Matilde Olmi

Matilde Olmi

Da tre anni divido i miei pensieri e le mie persone tra Prato, dove sono nata, e Bologna, dove sono diventata grande. Frequento felicemente il quarto anno di Giurisprudenza. Ho tantissime cose da dire e nessun punto da dove iniziare. Credo nella gentilezza che si accompagna al coraggio e alla leggerezza che non è mai superficiale
Matilde Olmi

Ultimi post di Matilde Olmi (vedi tutti)

POST YOUR COMMENTS

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.