Monday, 27/5/2019 UTC+2
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Donald Trump, una politica estera poco internazionale

Donald Trump, una politica estera poco internazionale

Donald John Trump, 73 anni e 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Fino a qui le informazioni date sono abbastanza neutre e incontrovertibili, e forse sono le uniche di questo genere che si possono dare sul conto di uno dei Presidenti USA più discussi di sempre. Trump si sa, suscita in molti ilarità, come dimostrato dalle migliaia di video, meme e parodie che accompagnano la sua figura sui social, in altri suscita paura e rigetto in altri ancora ammirazione e identificazione. In questo articolo cercheremo di andare oltre una facile analisi di parte o ancora peggio una semplice presa in giro del personaggio.
Donald Trump è entrato da ben due anni nella sala ovale della Casa Bianca, e che ci piaccia o no, decide la politica estera di un attore fondamentale delle relazioni internazionali. La sua azione va analizzata con serietà e rigore. Per poter essere incisivi, però, conviene focalizzare la propria attenzione su alcuni passaggi fondamentali di questi due anni, andando ad indagare quali sono le motivazioni che spingono l’azione estera dell’amministrazione statunitense. Partendo dalla tesi: possiamo chiaramente dire che Donald Trump, a differenza di molti suoi predecessori, vive le relazioni internazionali come luogo dove poter rafforzare la propria immagine all’interno degli States.
In numerose occasioni, che andremo a descrivere, le decisioni prese si sono rivelate utili solamente ad aumentare il consenso interno, alienandosi invece in modo deciso il sostegno dei governi esteri, è il caso dei tagli al budget NATO, se non addirittura provocando veri e propri casi diplomatici, e il caso della telefonata fatta a Taiwan che ha irrigidito fin da subito il rapporto con Pechino. Tale modo di agire agli occhi di noi Italiani potrebbe apparire naturale, combattere il nemico esterno (ad esempio l’UE) o comunque modulare le proprie decisioni in ragione del prossimo appuntamento elettorale (Immigrazione, rapporti con il Mediterraneo) ma dalle parti di Washington questo approccio non si vedeva dal periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Gli Stati Uniti sono stati abituati a Presidenti che a torto o ragione hanno vissuto le dinamiche estere come primarie nella propria azione, vuoi per la guerra fredda e il confronto con l’Unione Sovietica, vuoi per la creazioni di numerose istituzioni internazionali a guida a stelle e strisce o semplicemente per gli oneri che derivano dall’essere l’egemone del sistema internazionale, che ti chiede in modo continuativo d’indirizzare quell’anarchico e strano mondo che sono le relazioni internazionali. Ora con Trump gli Americani si sono scoperti meno interessati agli avvenimenti aldilà degli oceani ma molto più presi dai problemi quotidiani, ne è derivata una politica estera a metà tra isolamento, cura dell’interesse nazionale e ossessione commerciale, in due parole “America First”. Passiamo ora a dimostrare la nostra tesi con esempi concreti, partendo dall’azione dell’amministrazione in un quadrante strategico: il Medioriente. La sera dell’elezioni nei pressi di Tel Aviv (Israele) e di Riyadh (Arabia Saudita) si sarà festeggiato, Obama che aveva fortemente ridimensionato le connessioni con questi due partner era stato mandato via e si era evitata una riproposizione della sua politica con la Clinton. Tali brindisi virtuali sono stati anche poco ottimistici, come sostenuto recentemente da Jackson Diehl sul Washington Post, per i due stati citati, infatti, Trump è stato il miglior alleato, essi hanno infatti ottenuto la fine del disgelo nucleare con l’Iran, nemico di sempre, e l’assecondamento delle proprie velleità sulla regione.

Chi ne ha guadagnato ad esempio dallo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme? Sicuramente non l’immagine dell’America all’estero, non sono mancate le denunce dell’ONU e addirittura dell’amico Putin che per una volta si è visto dalla stessa parte di Amnesty e altre ONG impegnate nel chiedere il rispetto dei diritti umani nella zona. Ma oltre agli Israeliani chi ne ha guadagnato è stato Trump, e non per l’intitolazione di una squadra locale a sé in seguito allo spostamento, ma a livello di forza interna.
L’opinione pubblica americana da sempre ha mostrato simpatia per la causa israeliana, ma in un sondaggio del marzo 2018 condotto da Gallup alla domanda “In Medioriente le sue simpatie vanno alla causa israeliana o a quella arabo-palestinese?” il 68% degli intervistati propendeva verso Tel Aviv, un trend in crescita visto che durante l’amministrazione Obama tale dato era fermo al 55% e al 51% durante quella Bush, che con il mondo arabo non aveva certamente avuto rapporti eccellenti. Tutto questo a dimostrare come la ricerca del consenso interno ha guidato in questa decisione l’azione dell’amministrazione statunitense, nonostante il parere negativo di tutto il mondo diplomatico di diversa estrazione e provenienza.
E l’Arabia Saudita? Certamente non ha ben accettato lo spostamento dell’ambasciata, tuttavia in Arabia esiste una sorta di debito nei confronti dell’amministrazione Trump, debito derivante dalla decisione di uscire dall’accordo sul nucleare che era stato faticosamente raggiunto da Obama nel 2015, e che ha visto la reazione violenta delle cancellerie europee, del Cremlino ma il sostegno di Israele (al quale l’Iran aveva promesso un’apocalisse nucleare) e della Casata reale Saudita, maggiore opponente nel mondo arabo di Teheran per motivi religiosi e strategici da cercare alla voce guerra in Yemen. Anche qui possiamo chiederci a chi abbia giovato tale decisione? Non alla stabilità della regione né tantomeno alla forza degli USA in quel quadrante, non ha rassicurato la Turchia ma come sempre ha accresciuto la forza di Trump sul fronte interno, campo nel quale l’accordo Obama non era mai stato pienamente compreso, visto come era stata dipinta l’Iran ai tempi dell’amministrazione Bush.
E il terzo indizio della nostra tesi dove lo troviamo? Sicuramente restando nell’ambito dell’utilizzo del nucleare ma spostandoci più ad Est, precisamente a Pyongyang. Sul fronte coreano Trump ha vantato a suo dire il maggiore successo, costringendo, sempre a suo dire, Kim Jong-Un a firmare un accordo che prevede la denuclearizzazione della penisola coreana, ergo della corea del Nord. Molti allora si sono spesi nell’elogiare le mosse del Tycoon capace di fermare la minaccia nucleare coreana.
Se però guardiamo con prospettiva storica il fatto, possiamo scorgere come questo tipo di avvenimento non sia poi così tanto storico, basti pensare che nel corso degli ultimi anni sono stati numerosi gli accordi raggiunti tra America e Corea del Nord o tra le due Coree che però per dolo di entrambe le parti non si sono rivelati risolutivi. Prendiamo l’”Agreed framework” del 1994 tra Corea del Nord e America, diretto a far cessare l’attività nucleare coreana che potesse avere risvolti bellici e a scongelare le relazioni tra i due paesi: disatteso a causa delle crisi nucleari di inizio 2000.
Prendiamo una dichiarazione del ’72 tra le due Coree nella quale venivano fissati i tre principi dell’unificazione della penisola coreana. Se mettiamo in ordine le fasi storiche è lampante come quello degli ultimi anni non sia che l’ultimo episodio di una serie in cui i Nord Coreani poi difficilmente mantengono gli impegni presi e in cui chi dall’altra parte trova quell’accordo inizialmente si gioca la carta per aumentare il proprio consenso salvo poi rimanere con nulla in mano.

La sensazione è che la storia si stia ripetendo, con Trump impegnato più a dire di aver trovato
l’accordo al proprio fronte interno che a far rispettare tale accordo, e con Pyongyang che già rimanda le azioni necessarie ad arrivare a tale risultato.
Insomma, tre indizi fanno una prova, possiamo concludere che in ultima analisi tacciare la politica estera di Trump di essere poco logica è sbagliato oltre che semplificatorio, ma possiamo individuare una dinamica quasi sempre presente che potrebbe essere riassunta nella domanda da porsi ogni volta che ci troviamo di fronte ad una decisione a stelle e strisce: “Come ne guadagna Trump sul fronte interno?”

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Gabriele Morrone

Gabriele Morrone

Mi chiamo Gabriele e vengo dal profondo sud, lì dove le arancine si mischiano con i cannoli. Studio scienze politiche a Bologna, citta che con i suoi portici e il suo buon cibo mi ha letteralmente stregato. Scrivo per l'Università ormai da due anni, esso per me è uno spazio libero, un territorio vergine da colonizzare con idee, sogni e sensazioni. Buona lettura

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