Monday, 27/5/2019 UTC+2
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La Terra non merita una vita di plastica

La Terra non merita una vita di plastica

Abbiamo cominciato ad usare la plastica per sopperire alle limitatezze della natura: quando non ci sono più stati abbastanza elefanti per il bisogno di avorio, quando non siamo riusciti a trovare il cauciù e gli alberi della gomma necessari, abbiamo creato la plastica, inconsapevoli che questa invenzione avrebbe distrutto quella stessa natura che si cercava di proteggere. Prima ci accorgevamo che non c’erano erano abbastanza elefanti, ora forse ci accorgiamo che non ci sono abbastanza pianeti.
Il consumo della plastica è aumentato esponenzialmente dalla sua prima comparsa, negli anni 50: da una produzione di 50 milioni di tonnellate nel ’75, si è passati ad una di 200 milioni nel 2000 fino a quasi raddoppiare in 15 anni ed arrivare a 381 milioni di tonnellate nel 2015. Secondo il WWF, la produzione totale di plastica, dalla sua comparsa ad oggi, sarebbe di 8.3 miliardi di tonnellate.
Il 38% della produzione di plastica è costituita da imballaggi, categoria a cui appartiene tutta quella plastica che consumiamo a livello individuale ogni giorno, e di cui non possiamo fare a meno: non esistono, o sono pochi, i supermercati che ci propongono detersivi in vetro o patatine in buste di carta.
Per quanto riguarda lo smaltimento, la situazione è critica: nel 2015 solo il 19.5% di plastica è stato riciclato, mentre il resto è stato incenerito (25.5%) o messo in discarica (55%).
In Europa la situazione è migliore, ma non spettacolare: la media di imballaggi di plastica riciclati per il 2016 è stata del 42,4% e supera abbondantemente l’obiettivo europeo(22.5%). L’Italia è in linea con la media europea (43,4%).
Di ciò che non viene riciclato o incenerito, una parte finisce in mare: secondo i dati di Ellen MacArtur Foundation, circa 150 milioni di tonnellate di plastica si trovano negli oceani, e circa il 70% di essi derivano da oggetti monouso.
Il 68% di questa plastica proviene dall’;Asia, nonostante non sia tutto imputabile ad essa: molti paesi, prima del blocco delle importazioni di rifiuti di plastica non industriali in Cina, (1/1/2018) esportavano là la loro plastica. Ai primi posti, tra gli esportatori non asiatici, ci sono USA, Germania e Belgio.
Le azioni in atto per migliorare la situazione sono varie: tra queste riveste una certa importanza l’azione individuale, ossia lo sforzo, nel piccolo, di usare la quantità minima possibile di plastica, cercando di comprare prodotti sfusi o limitando l’uso di bottigliette, cannucce e altri prodotti monouso.
La ricerca è attiva: si possono produrre plastiche biodegrdabili sfruttando il mais, le proteine del latte e delle piume e persino gli scarti della vendemmia. Questi interventi sono, però, costosi, o per lo meno più costosi della plastica che abbiamo utilizzato fino ad ora.
Per indirizzare i consumi verso alternative più sostenibili, sono necessari interventi legislativi, poiché nessuna impresa è invogliata a comprare costosi surrogati della plastica e nessun turista cerca invano delle fontanelle per dissetarsi, quando può comodamente comprare una bottiglietta al bar all’angolo.
Questa azione legislativa necessaria è cominciata e lo scorso dicembre è stata approvata la direttiva proposta dalla commissione europea sulle SUP (Single Use Plastic), che prevede misure diverse per prodotti diversi: verrà ridotto il consumo di contenitori per il cibo e per le bevande, mentre cotton fioc, piatti, posate, cannucce e asticelle per i palloncini subiranno restrizioni sul mercato. Gli altri prodotti inclusi nella direttiva (bottigliette, salviette, palloncini… ) saranno sottoposti a politiche volte all’aumento della consapevolezza e della responsabilità, o all’obbligo di etichette che informino i consumatori su come smaltire correttamente i prodotti.
La direttiva entrerà in vigore nel gennaio del 2021 ma l’Italia si è portata avanti: già dal 2011 sono vietati i sacchetti per la spesa non biodegradabili, divieto esteso nel 2018 ai sacchetti per frutta e verdura. Nel 2017 il governo Gentiloni ha poi approvato la manovra che prevede lo stop ai cotton fioc (1 gennaio 2019) e alle microplastiche, utilizzate fino ad ora soprattutto nei cosmetici (2020).
Qualcosa certamente si sta muovendo: a livello europeo l'attenzione cresce, ma il nostro continente produce solo 3,6% della plastica malgestita a livello mondiale, ed i fiumi europei sono responsabili solo dello 0,28% delle materie plastiche che finiscono negli oceani.
Nonostante l’uso molto ridotto di plastica rispetto agli altri continenti, grazie anche all’impegno dei singoli paesi e ad obiettivi comuni in parte già raggiunti, come quello del riciclo, l’Unione Europea vuole, con questa direttiva, innescare il risveglio della coscienza collettiva nel resto del mondo rispetto a questo grande problema, per portare ad una riduzione globale dei rifiuti nei
nostri mari.

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Giorgia De Giacomi

Giorgia De Giacomi

Sono Giorgia, nata e cresciuta a Bologna, con una breve pausa in America. Studio scienze politiche e amo Boccaccio, Dalì e il genere umano: cerchiamo quindi di non estinguerci.
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