Monday, 27/5/2019 UTC+2
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La cruna dell’ago

La cruna dell’ago

“Togliamo la polvere dai soprammobili di Nilde Iotti e Tina Anselmi”: se dovessi rivolgere un appello provocatorio ai partiti della sinistra in Italia lo aprirei così.                                                                                                                      E allora lo faccio, lo apro proprio così: togliamo quella polvere, smettiamola di usare i cimeli della Iotti e della Anselmi per difenderci di fronte all’indifendibile. Perché dico questo? Insomma, l’8 marzo ha dimostrato che, in Italia, a difendere la questione femminile rimane solo il mondo del centro-sinistra. Dall’altra ci sono Pillon, Salvini, Paola Binetti, Berlusconi: tutte figure che hanno incarnato il sessismo e il contrasto all’emancipazione femminile. Eppure non ci si salva per negazione. Non vale dire che, siccome a sinistra siamo contro di loro, allora la faccia è pulita. Non vale rispolverare le battaglie di Laura Boldrini e Monica Cirinnà per dire che “noi stiamo dalla parte delle donne”.

Mi spiego ancora meglio: non basta dire che “noi siamo quelli della prima donna Ministra e della prima donna Presidente della Camera dei Deputati”. Perché tutto ciò non cancella dei dati altamente imbarazzanti:
– Il Partito Democratico alla Camera dei Deputati ha un gruppo di 112 membri: solo 37 sono donne;
– Il Partito Democratico al Senato della Repubblica ha un gruppo di 52 membri: solo 18 sono donne;
– Liberi e Uguali alla Camera dei Deputati ha un gruppo di 14 membri: solo 4 sono donne.

Perché parto citando questi numeri? Perché sono frutto di liste bloccate. Sono il frutto di un meccanismo voluto e studiato (e accettato, ciò va detto, da una parte delle donne che sono poi state elette, così come da alcune non elette).

Aggiungo altri numeri: nella storia delle primarie del Partito Democratico ci sono stati 18 candidati, di cui solo 1 donna. Se aggiungiamo i dati dei candidati alla fase delle convenzioni, arriviamo a 22 candidati, di cui solo 2 donne. E se volessimo considerare anche le primarie di coalizione del centro-sinistra per la scelta del Candidato Presidente del Consiglio arriveremmo a 34 candidati, di cui solo 4 donne.

All’inizio di questo capoverso dovrebbe già essere partito un allarme nella testa di qualsiasi elettore o militante di qualsivoglia partito della sinistra. Non certamente per cambiare lato della barricata, ma per rivoltarsi sulla sedia. Il più classico dei “Non cambio partito, cambio il partito”. Sì, anche perché non basta uscire dalle fila del Partito Democratico per trovare, a sinistra, le verdi praterie dove scorrono latte e miele. A meno che non vogliamo toglierci di mente l’accordo a 4 che ha portato alla nascita di Liberi e Uguali: in foto potete trovare, con grande facilità, Pietro Grasso, Giuseppe Civati, Nicola Fratoianni e Roberto Speranza. Insomma, niente di nuovo. E per farci male da soli, aggiungo un altro aneddoto significativo. In Sardegna il Partito Democratico, su spinta di tante sue amministratrici locali, nel 2018 ha introdotto la doppia preferenza di genere. Motivo? Nel 2014, dopo la vittoria del centro-sinistra, si insedia un Consiglio Regionale formato da 56 consiglieri e 4 consigliere (qua insorgerebbe il dubbio amletico: perché le donne non votano le donne?).

Dopo le elezioni dello scorso febbraio 2019, però, nulla pare essere cambiato: nel Partito Democratico, ancor di più, si assiste al più autentico delirio: 8 consiglieri e 0 consigliere. Perché? Basta cercare i dati divisi per Comune. Il gioco è semplice: gli uomini si fanno scaricare preferenze dalle donne, ma i loro se li tengono stretti. E così sorpassano con grande agilità le candidate con cui si erano messi in ticket.

Perché scrivo tutto ciò? Per gettare fango sulla sinistra? Perché a sinistra ci piace litigare e gettarci ombre e insulti vicendevoli? No, tutt’altro. Lo faccio per provare a suscitare, fosse anche in un solo lettore, un briciolo di sana rabbia. Quella rabbia che porta a mettersi in gioco e a lottare per cambiare le cose. È la rabbia che, alle primarie del Partito Democratico dello scorso 3 marzo, ha spinto al voto tantissime persone. Tantissime donne, soprattutto. E allora, adesso, a Nicola Zingaretti spetta il compito di non tradire quella rabbia. Un compito difficilissimo.

Già nella partenza del toto-nomi per la segreteria è partito il lancio delle quote rosa al grido di “bisogna inserirle”. Ma “bisogna” per chi? Per il bene della società o per ripararsi dalle bordate dei giornali? La nuova sfida culturale passa da qui: è da questo passaggio per la cruna dell’ago che si vedrà, effettivamente, se quella rabbia potrà trovare cemento dentro il Partito Democratico. È una sfida che vale, allo stesso modo, per tutti i partiti di sinistra: servono proposte radicali, in ambito legislativo così come all’interno dei partiti.

Servono partiti di sinistra che non hanno paura di proporre 4 mesi di congedo di paternità per bilanciare la disparità in ambito assunzionale nel mondo del lavoro, così come partiti che si occupino delle necessità delle donne libero-professioniste. Servono partiti di sinistra capaci di fare le barricate in Parlamento contro l’IVA sugli assorbenti, la cosiddetta “tampon tax”. Servono partiti di sinistra che non sono dalla parte delle donne solo perché si oppongono a Salvini e a Pillon, ma perché sostengono seriamente le donne dentro e fuori le sedi decisionali politiche.
Se Nicola Zingaretti saprà fare questo, portandosi dietro in queste battaglie gli altri partiti della sinistra, allora Nilde Iotti e Tina Anselmi potranno tornare a dormire tranquille e a guardarci dalle foto che spesso campeggiano nei circoli e nelle sezioni, senza paura di essere tirate per la giacchetta ogni cinque minuti.

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Andrea Giua

Andrea Giua

Sardo in perenne Erasmus a Bologna, sono iscritto al primo anno della magistrale in Politica e Amministrazione. Quando non studio, lavoro, scrivo, canto in un coro, gioco a basket, faccio il rappresentante degli studenti e l'animatore: una mia giornata può durare anche 32 ore! E se ci sono interessanti appuntamenti di politica o sport, anche 36!
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