Tuesday, 23/7/2019 UTC+2
l'UniversiTà

Identità: quando può diventare un limite…E quando invece non ha un “confine”

Identità: quando può diventare un limite…E quando invece non ha un “confine”

Il 15 giugno 2019, durante un’iniziativa di Arte Migrante, associazione filantropica nata a Bologna nel 2012 da un’idea dell’antropologo Tommaso Carturan, è stato presentato il progetto denominato “Identità Sconfinate”. L’UNIversiTA’ ha deciso di intervistare i ragazzi che fanno parte del progetto, non solo per la rilevanza che la tematica identitaria ha nell’agenda politica nazionale, ma anche per tentare di sciogliere la contraddizione data dall’accostamento ossimorico di due termini, quali appunto “identità” e “sconfinate”. Un’identità finisce dove ne inizia un’altra? Cos’è un’identità? Quali confini sono naturali e quali non lo sono?
Ecco quanto è emerso dall’incontro con Chiara e Rosa.

Chi siete?
Siamo un gruppo di dodici persone e facciamo tutti parte dell’Agenzia di stampa giovanile, nata inizialmente a Trento ma presente poi anche a Bologna. L’Agenzia si occupa principalmente di educomunicazione ed è un organo dell’organizzazione non governativa Viraçao&Jangada, nata in Brasile per il recupero dei ragazzi nelle favelas; tra i vari temi trattati, uno degli obiettivi principali è quello di educare i ragazzi su come informarsi e informare in maniera efficace e coerente.

Qual è stata la ragione che vi ha spinto a realizzare il progetto?

R: tutto nasce dalla mia esperienza personale [il test d’identità, ndr] che è stata di forte impatto emotivo, perché mi ha consentito di conoscere la mia provenienza ancestrale attraverso il genoma. Poi c’è stata anche una proposta goliardica, ovvero far fare il test al Ministro degli Interni…
C: …che poi si è evoluta ed è diventato un vero e proprio progetto, costruito in tempi lunghi e portato avanti prima in tre e, in seguito, da un gruppo più nutrito di ragazzi.
Vi abbiamo chiesto chi siete…Ora ci piacerebbe sapere chi NON siete?
R: cerchiamo di non essere giudicanti, sicuramente non siamo razzisti e devianti. Il nostro scopo non è convincere le persone di qualcosa, bensì presentare un fatto e non un’opinione: un test è un test!
A livello di progetto Non siamo “indottrinatori”, “manipolatori” oppure “politici” ; prendiamo ed esponiamo la fonte cruda, tout court e ne divulghiamo il contenuto in maniera interessante, semplificandolo per renderlo accessibile a tutti.
C: è certo più efficace e d’impatto avere a disposizione una mappa interattiva che ti mostri le tue origini, piuttosto che consultare un manuale di trecento pagine che ti spiega che le migrazioni umane sono un fatto connaturato alla nostra storia.

Perché “identità sconfinate”? Cosa significa “identità” per voi?

R e C: il nome “Identità Sconfinate” è in qualche modo il succo del discorso: oltre a contenere nell’ordine giusto le lettere dell’acronimo DNA, è l’accostamento ossimorico attorno a cui ruota l’idea del progetto. Quando si pensa all’identità si pensa a qualcosa di circoscritto, delimitato, racchiuso in certi confini impermeabili e immutabili: è questa la concezione di identità che viene spesso strumentalizzata.
Il nostro obiettivo è mostrare che l’identità non è un concetto radicato nella natura di ognuno, bensì un fatto giuridico – civile, pur pesando molto a livello sociale. La cittadinanza non è definibile in termini di genoma e la nascita in un determinato Paese e in una determinata famiglia è il risultato di eventi fortuiti.
Non vogliamo certo sostituirci al lavoro degli accademici: ciò che vogliamo fare è arrivare in maniera più rapida alla gente creando, in qualche modo, un coinvolgimento emotivo.

Spesso sentiamo “sbandierare” slogan come “Prima gli italiani”: ma gli italiani chi?!

C: è esattamente una delle cose inserite nel manifesto. Sì, noi siamo nati qui per una serie di coincidenze ma perché dovremmo chiuderci in un diritto che non ci appartiene naturalmente? Inoltre è uno slogan “fuorviante” poiché può deviare il pensiero delle persone e far credere che non salvare delle persone in mare possa produrre sicurezza e benefici economici per il Paese.
R: l’identità, attraverso questi slogan, viene costruita e spesa a fini commerciali e/o politici. Se si fermassero delle persone per strada e si chiedesse loro di pensare a tre parole con le quali identificare “l’italianità”, probabilmente sentiremmo molte volte “pasta”, “pizza” e “pomodoro”. Ora, oltre a non essere propriamente prodotti italiani (la pasta è di origine cinese, il pomodoro viene dalle Americhe), corrispondono ad uno stereotipo utile, in primis, a fini di marketing e per incrementare il turismo, un po’ come il binomio “America – hot dog” o “Germania – birra”.
In secondo luogo, fomenta il pensiero per cui l’appartenenza dell’“italiano” all’Italia sia eterna e imperitura. In realtà se tutti noi fossimo rimasti dove eravamo sin dall’inizio, ora ci troveremmo probabilmente in Etiopia.
Concordo sul concetto di “strumentalizzazione” dell’identità. D’altronde è un problema che già Erodoto, nelle sue Storie, ci presenta quando parla della causa scatenante delle guerre persiane: egli, infatti, contrappone il concetto di “barbaro”, attribuito ai persiani, a quello di “greco”, come se fosse una lotta tra identità distinte e inconciliabili.
Pensiamo, invece, a quanto sostenuto da Marco Aime, cioè che il termine “multiculturalismo” è fuorviante, dal momento che ogni cultura è già di per sé multiculturale: in qualsiasi contesto l’elemento di novità arriva – quasi sempre – dall’esterno; non nasce all’interno del contesto stesso.
R: ….è anche difficile “tirare” confini tra culture, mentre è più facile tracciare confini tra Stati.
Noto, poi, che la gente si sta incattivendo molto: se prima si diceva “ci rubano il lavoro”, interpretazione erronea di una situazione economica più complessa, ora si sta tornando ad idee dell’Ottocento, in cui i migranti vengono rappresentati come “selvaggi”.

Il primo verso del manifesto di “Arte migrante” recita “Siamo uomini e donne che hanno speranza”. Il 2018 è stato l’anno della sconfitta dei diritti umani. Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, si è detta “preoccupata per l’atteggiamento del governo italiano nei confronti delle ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo”. Alla luce di queste parole e degli eventi tristissimi di questi mesi, che valore concreto si può attribuire alla parola speranza? Non vi sembra quasi “utopico” questo termine, ovvero la speranza può avere ancora uno spazio in questo preciso contesto storico?

R: quando penso agli eventi globali, la cosa che mi fa più paura è che abbiamo davvero poco tempo. Questi atteggiamenti che violano i diritti umani sono un sintomo, un tassello della deriva dell’umanità. Il problema della speranza, oggi, è che essa va tradotta in termini concreti nel più breve tempo possibile. È veramente difficile correre ai ripari in maniera repentina per quello che non si è fatto in un lasso di tempo molto più lungo… Si pensi alla condizione climatica.
A livello umano la speranza non è “utopica”, bensì estremamente difficile da tradurre in un cambiamento immediato. Come diceva lo scrittore Roberto Saviano in occasione della “Repubblica delle idee” [evento di tre giorni tenutosi a Bologna, ndr]: “Siamo in un momento in cui la speranza non basta più”.
C: a pochi giorni dall’approvazione del “decreto sicurezza bis”, non è un momento facile per avere speranza. Tuttavia è necessaria, poiché è un motore per avviare un cambiamento, partendo dal “proprio piccolo”.

Ci avete detto che alcuni di voi si sono sottoposti al test delle origini. Quali sono stati i risultati?

R: io personalmente mi sono sottoposta al test e ho scoperto, tramite risultato percentile, che ho un 75% di marker genetici che riconducono all’area dell’Europa mediterranea e un 25% che riconducono all’Asia Minore. Questi sono i risultati di National Geographic, che fa una ricerca indietro di diecimila anni per quanto riguarda il collegamento tra genoma e zone del mondo. Lo fa analizzando il DNA mitocondriale (ereditabile solo dalla madre) e il cromosoma Y della ventitreesima coppia (ereditabile solo dal padre), ovvero quella che definisce il sesso e, in base a essa, è in grado di ricostruire il percorso migratorio delle madri delle tue madri e dei padri dei tuoi padri sin dagli albori della specie umana.
Insomma, siamo in fondo solo e soltanto il risultato di una combinazione “fortuita” di eventi e scelte che sono state fatte da chi ci ha preceduto e ciò ti aiuta a relativizzare tantissimo: cambia il modo di pensare e riflettere sulla propria identità.
C: è triste pensare che quelli che oggettivamente sono fatti, vengono tramutati in opinioni e la classe politica non aiuta in questo senso: non si può far passare il messaggio che la Libia sia un porto sicuro, quando la CEDU [Corte Europea dei Diritti Umani, ndr] dice il contrario.
R: l’istinto primordiale insito in ogni essere umano è quello di proteggersi e la più grande minaccia è l’ignoto, quindi ciò che non si conosce. Il modo più veloce per dare una forma all’ignoto è quello di inventare, creare uno stereotipo. Conoscere richiede fatica ma, in secondo luogo, porta a relativizzare e a capire che non siamo il centro del mondo.

Quali obiettivi vi prefiggete?

R: a livello pratico, raccogliere i tremila euro (511 sono già stati raccolti tramite Go Fund Me) per acquistare i test delle origini da proporre al Consiglio dei Ministri.
C: e, mostrando un altro punto di vista (scientifico), sensibilizzare chi non la pensa come noi ed è influenzato da slogan che spesso mistificano i dati reali.
Vogliamo scostarci dalla concezione elitaria della conoscenza utilizzando un metodo divulgativo che possa coinvolgere tutti.

 

 

 

 

 

Ivana Matarazzo
Stefano Dilorenzo

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Mariangela Partipilo

Mariangela Partipilo

La leggenda narra di una me nata e cresciuta all'ombra dei cieli della bella Puglia, studio Giurisprudenza a Bologna e nel tempo libero mi rifugio nella letteratura, nella danza. Porto sempre con me l'azzurro del mio cielo e del mio mare.

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