Wednesday, 18/9/2019 UTC+2
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Stati d’animo: lo studente fuorisede

Stati d’animo: lo studente fuorisede

Noi studenti fuorisede abbiamo imparato ad arrangiarci. Facciamo il bucato, laviamo i piatti, ci sistemiamo il letto, la stanza, le scarpe nella scarpiera e spegniamo persino la luce quando usciamo di casa. Ovviamente mi riferisco alla maggior parte di noi, esistono sempre le eccezioni.
Eppure, quando torniamo a casa, sembriamo incapaci di prenderci cura persino del nostro comodino, dove abbandoniamo pacchetti di patatine smangiucchiate, bicchieri d’acqua e bibite varie. “Tanto c’è la mamma”, è la tipica giustificazione al nostro disordine.
E lo stato dei nostri spazi vitali “a casa” fa solo da contorno al nostro comportamento dal giorno in cui torniamo “giù” o “su”, a seconda dei casi. Gli scenari sono due: o stiamo preparando un esame, oppure ci lasciamo sopraffare da una totale e inesorabile pigrizia.
Se stiamo studiando, allora diventiamo Superman. Ci svegliamo alle cinque e mezzo tutte le mattine, con pausa di qualche minuto solo per portare un paio di volte la forchetta alla bocca (e non la bocca alla forchetta!) e per esporre a chi tra mamma, papà, fratelli o fidanzati voglia starci a sentire, i nostri drammi esistenziali. Quelli che stranamente si materializzano proprio quando stiamo preparando Analisi Uno o Diritto Processuale e iniziamo a temere seriamente per il nostro futuro. C’è quasi sempre qualcuno che in queste situazioni interviene per consolare i nostri pianti isterici: “Non prenderò nemmeno diciotto, non mi laureerò mai…”.
Con la seconda modalità invece, tutto cambia e il dottor Jekill appare. Lo scenario è tipicamente quello delle vacanze estive, che vede settimane di totale e assoluta rilassatezza. Siamo spensierati, felici, garruli, ottimisti e magari sotto sotto anche un po’ orgogliosi dei nostri risultati. La ragazza, gli amici, il calcetto, un bel 28 dopo aver studiato due ore prima dell’esame, e così via. Non ci preoccupiamo minimamente di essere personcine piacevoli e a modo con i restanti membri della famiglia: tutto il giorno fuori, a zonzo con gli amici che vediamo così poco. Nei rari casi in cui ci tratteniamo a casa per più di due secondi, o ci addormentiamo sul divano guardando “Beautiful” con la bocca spalancata perché la sera prima abbiamo fatto tardi, oppure sono giusto pit stop tecnici per andare in bagno o in cucina, per poi scappar fuori di nuovo.
Entrambi questi comportamenti sono frutto di un grande privilegio: il poter fare ritorno nel nostro nido.

Da Ulisse in avanti, tutti noi sappiamo dell’immenso valore che ha il luogo in cui ci sentiamo a casa, sicuri e liberi di esprimerci. Come faremmo a stare lontani per mesi e mesi, senza la sicurezza di poter tornare a dormire nel nostro letto?
Il fuorisede vive uno stadio di transizione: immersi in un abisso di novità e contraddizioni, il mondo reale, con cui si confronta per la prima volta a tutto campo. Ha però la consapevolezza di poter sempre contare sulla protezione della famiglia, delle figure genitoriali e degli amici che non lo abbandonano mai, nemmeno se devono subire modalità folli di preparazione degli esami o se si fa vivo solo a Pasqua e Natale.
La sicurezza della casa di origine rianima in noi studenti tutto quello che per mesi viene represso, per fare spazio ai nostri mille impegni universitari. La metamorfosi che viviamo genera in noi una alternanza tra repressione e sfogo, tra diligenza e svogliatezza, che altro non è che un percorso di crescita: dalla famiglia (casa) di origine, alla nostra casa (famiglia) oggi. In fondo siamo giovani adulti, ancora prede di passioni e (diciamolo) turbe giovanili, ma allo stesso tempo pronti a tenere fede ai nostri doveri, primo fra tutti quello di esistere socialmente, in modo autonomo. Di essere una famiglia noi stessi.
Il rapporto casa-residenza universitaria è la metafora di questo stato d’animo, ancora in bilico tra due realtà, quella fatta di conforto e agevolazioni e quella fatta di solitudine e libertà. Siamo frastornati da mille impulsi, contraddittori, ma anche da mille impedimenti: combattuti tra quello che vorremmo e quello di cui disponiamo. Ci pare difficile, in questo vortice di contraddizioni, scegliere in quale direzione andare: tornare nel rifugio, prediligere coccole e capricci (come gli eterni Peter Pan), oppure crearci il nostro rifugio. Un nostro nido personale, dove tutte le cose hanno la forma che piace a noi, il colore che preferiamo, e perché no, anche il profumo di casa…
Sotto sotto noi studenti sappiamo che la seconda strada è inevitabile, è parte del nostro essere uomini e soggetti sociali. Quanto tempo ci metteremo per arrivarci è solo funzione delle nostre personali debolezze (e forze), ma ci arriveremo tutti, e poi quel nido sarà il rifugio dei nostri figli quando saranno anche loro fuorisede, perché la ruota inevitabilmente gira.

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Anna Padovan

Anna Padovan

Studentessa di giurisprudenza, sogno di viaggiare per il mondo e scrivere di quello che riesco a scoprire. Amo la psicologia, la musica e le differenze culturali. Scrivere per me significa mettere ordine nei miei pensieri e, spero, anche nei vostri.
Anna Padovan

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